Nel caso del suicidio ormai da parecchi decenni i sociologi hanno evidenziato l’effetto emulazione. David Phillis parlò di effetto Werther dopo che a seguito della pubblicazione nel 1774 del romanzo di Goethe si assistette in tutta Europa a un’ondata di suicidi per amore. A Los Angeles vi fu un notevole aumento di suicidi dopo quello famoso di Marylin Monroe (Gregor S., Copycat suicide: The influence of the media, 2004, Australian Psychological Society).

Questo fenomeno viene spiegato in questo modo:
– si presume che per una persona che si suicida (circa 1 ogni 10.000 all’anno) ce ne siano decine che, per diverse ragioni ci stanno pensando;
– la notizia diffusa dai giornali o dalla tv agirebbe come catalizzatore conferendo la forza perché “se lo ha fatto lui posso anch’io”;
– il risalto della notizia, tanto più amplificato se la persona era famosa o conosciuta, conferisce un’immagine eroica o quantomeno energica al gesto;
– il potenziale suicida, che solitamente si sente solo o abbandonato, può fantasticare sul fatto che gli altri parleranno di lui per cui il suo messaggio di rabbia e dolore verrà amplificato.

Molte persone soffrono per varie patologie che vanno dall’ansia alla depressione fino alla paranoia. Solo un piccolo numero accetta e ha l’umiltà di cercare un aiuto e una cura. Moltissimi rimangono nel loro cupo dolore pensando che non c’è alcuna possibile via d’uscita. Quando i mezzi di informazione mostrano, in modo eclatante, che qualcuno ha trovato una strada, per quanto assurda, per uscire dal proprio dolore forse scatta il meccanismo dell’emulazione.

Ricordo una ragazza che, quando ero un giovane medico, tentò il suicidio gettandosi dal terzo piano perché era stata lasciata dal fidanzato. Era malandata, in ospedale per fratture alle gambe, ma salva. Mi raccontò che lei si sentiva profondamente angosciata da parecchie settimane. Non vedeva un termine alla sua sofferenza. Venne a sapere che un compagno di scuola si era suicidato. Da quella notizia sentì dentro di sé una pace improvvisa. Il dolore era sparito. Lei aveva la percezione di aver trovato la soluzione al suo strazio. Fra quel momento, di apparente benessere, e la defenestrazione passarono tre giorni in cui si sentiva stranamente euforica, lucida e determinata. Si preparò scrivendo lettere ai genitori, al fratello, all’ex fidanzato e alla nuova ragazza che lui ora frequentava. Ho rivisto questa persona dopo 20 anni e abbiamo riparlato di quel momento. Ora lei è consapevole di soffrire con periodicità, circa ogni 5 anni, di fasi depressive innescate da eventi più o meno rilevanti della sua vita che però ora sa curare con farmaci e cicli di psicoterapia. Ricorda con un sorriso questo suo grande amore giovanile ed è ben contenta di essersi lasciata con quell’uomo.

Per ovviare all’effetto emulazione per prassi consolidata i mezzi di informazione tendono a tenere riservate le notizie dei suicidi. Solo in casi particolari e con una certa discrezione viene divulgata la notizia.

In questi ultimi mesi sui mezzi di informazione, per dovere di cronaca, si parla molto della violenza all’interno delle coppie per lo più perpetrata dall’uomo verso la donna. Questo odioso gesto, che esprime la volontà di possesso sull’altro, viene definito col termine di femminicidio. La domanda che mi pongo è se ci sia il rischio anche per il femminicidio di un effetto emulazione? Soprattutto appare rischioso che chi commette il reato possa pensare di poter in questo modo gridare al mondo la sua rabbia e la sua frustrazione amplificata dai giornali e dalla tv.