Le recenti anticipazioni del Rapporto Svimez 2016 commentano un dato inatteso, apparso nei recentissimi dati Istat: nel 2015 si è arrestata la pluriennale recessione del Sud, dopo sette, proverbiali anni. In particolare, il Pil dell’area sarebbe cresciuto dell’1% contro lo 0,6% (dato destagionalizzato) del resto del paese. Il dato viene spiegato con l’impulso trainante dell’agricoltura meridionale, in forte crescita, seguita da turismo e costruzioni (+1,1%). Svimez collega una parte di tale crescita (lo 0,2%) ai provvedimenti governativi relativi alla decontribuzione sulle nuove assunzioni e agli sgravi fiscali.

Restano preoccupanti i dati occupazionali e la “persistente ed acuta crisi occupazionale”. Come commentare questi dati? Emanuele Felice, nel suo editoriale apparso su La Stampa del 28 giugno, sottolinea un aspetto rilevante: “Il leggero accenno di convergenza del Mezzogiorno (ma stiamo parlando di qualche punto decimale di differenza) è dovuto all’eccezionale performance dell’agricoltura (+7,3%). L’industria meridionale è invece ancora ferma, come del resto quella dell’Italia centrale. Di contro, nel Settentrione è proprio l’industria che si è rimessa in moto: +1,6% nel Nord-Ovest e + 2,6% nel Nord-est. Per certi versi, quindi il divario produttivo fra le due parti del Paese si è addirittura accentuato, almeno per quel che concerne la “divisione del lavoro”, come si dice in gergo”. In sostanza, il Sud si starebbe specializzando in produzioni “a minore contenuto tecnologico”, quali agricoltura e turismo. Insomma, ci sono energie imprenditoriali, a Sud, e ci sono premesse interessanti. Spiega ancora Felice che “è necessaria una politica di attrazione degli investimenti industriali e di realizzazione dei grandi nodi infrastrutturali”.

Ho raggiunto Guglielmo Forges Davanzati, che avevo intervistato, pochi giorni fa, proprio sulla tematica Mezzogiorno, per raccogliere un suo commento a caldo sui recentissimi dati Istat per il 2015. “Due osservazioni, dopo la lettura: 1. È molto probabile che si tratti di un andamento di breve periodo e che le prossime rilevazioni mostrino una tendenza contraria (ciò a ragion del fatto che non vi è stata alcuna modifica delle politiche per il Mezzogiorno tale da motivare un aumento dell’occupazione); 2. Se anche il dato fosse strutturale, si conferma la desertificazione industriale del Sud e il suo ritorno a un’economia fortemente orientata a settori maturi. I quali, peraltro, attivano assai frequentemente occupazione “low skilled” (ad esempio, i voucher…) che non contribuisce alla crescita in modo significativo”.

Di tenore analogo, Gianfraco Viesti, oggi, sul Mattino, che permette di leggere e inquadrare i dati nella prospettiva più ampia del periodo 2008-2015, in base alle elaborazioni fornite da Istat: “Non bastano agricoltura e turismo per il futuro di un’area di oltre venti milioni di abitanti”. Più avanti, egli si chiede, al netto dei dati, quanti occupati occorrerebbero al Mezzogiorno per portare il Sud nelle condizioni del resto del paese: “Nell’insieme, servirebbero quasi un milione e ottocentomila occupati. Una cifra impressionante: il 30% in più di quanti davvero ci sono”. E il grosso del lavoro che manca, conferma Viesti, è proprio quello industriale. “Gli occupati nell’industria in senso stretto (che dovrebbero raddoppiare) sono invece diminuiti del 14% (in Italia dell’8%); quelli del terziario avanzato sono rimasti gli stessi; i “tecnici e qualificati” sono diminuiti del 14%; gli operai e artigiani del 22%. E a ciò si aggiunga, come frutto della crisi della domanda interna, il crollo dell’occupazione nell’edilizia (-33%) e la riduzione nel commercio (-9%) e – grazie all’austerity – nella pubblica amministrazione e nell’istruzione (circa 14%)”.