Il Regno Unito ha deciso, non può andare avanti nel caos e avrà un nuovo primo ministro entro il 2 settembre. O meglio, un ristretto numero di persone, la dirigenza del partito conservatore, ha deciso in questo modo. Mentre nel regno di sua maestà è partita la corsa al “si salvi chi può” – fra raccolte firme per un secondo referendum, britannici che ammettono di aver votato senza sapere come e perché e politici che si sono rimangiati le promesse della campagna per la Brexit a poche ore dal risultato – il successore di David Cameron, dimissionario dalla mattina del 24 giugno, dovrà assolutamente essere trovato prima della fine dell’estate. Il Paese ha bisogno di credibilità e del resto, venerdì, era stato lo stesso Cameron a dire di non essere più in grado di tenere saldo fra le mani il timone del regno. Prima dell’apertura della Borsa di Londra, lunedì 27 giugno, il cancelliere dello Scacchiere (ministro dell’Economia) è poi intervenuto per cercare di calmare i mercati, riuscendo però solo in parte nell’intento. Ormai, la situazione sembra precipitare sempre più.

Chi sarà il successore di Cameron, intanto, è un mistero. Il favorito è Boris Johnson, sindaco di Londra fino allo scorso 5 maggio, conservatore che proprio contro il leader del suo partito si è speso fino all’ultimo sangue in chiave pro-Brexit. Johnson, ex giornalista che ancora ama fare l’editorialista, da molti paragonato a un Donald Trump però politicamente corretto, è l’uomo dal carisma giusto nel momento giusto. A Londra, quando era primo cittadino, fu in gran parte suo il successo delle Olimpiadi del 2012. Amato dai conservatori e rispettato (almeno in passato) anche da una parte dei laburisti, negli ultimi mesi tuttavia è riuscito a spaccare il Paese proprio con la sua veemenza nella lotta per il divorzio da Bruxelles. C’è chi dice che lo abbia fatto soprattutto per togliere il potere dalle mani di Cameron e per andare a sedersi a Downing Street, sede del primo ministro. Nel caso Johnson venisse scelto come premier, sarebbe un grande successo politico per lui e per tutta la compagine euroscettica, che riuscirebbe così a prendere due piccioni con una fava: il risultato del referendum e anche un capo dell’esecutivo.

Dall’altro lato, la più papabile è Theresa May, poco carismatica ministro dell’Interno di Cameron, ma che molti ritengono in grado di tirare fuori un’anima da Margaret Thatcher, se solo supportata dalla base del partito. May ha più volte tuonato contro l’Unione europea, contro la convenzione europea per i diritti umani, contro gli eccessi dell’immigrazione, contro tante altre norme comunitarie considerate come lacci e lacciuoli. Però in questa campagna referendaria appena conclusa ha difeso Cameron nel suo europeismo: un europeismo agevolato dal parere pro-Bruxelles dei banchieri e della grandi imprese, ma che almeno aveva dato all’elettorato e al popolo del ‘Remain’ l’impressione che il leader dei Tory, Cameron, non fosse solo nella sua battaglia. May, comunque, dalla sua ha un’esperienza di governo, cosa che a Johnson manca assolutamente. Ora bisognerà vedere se la donna forte dell’esecutivo uscente riuscirà a convincere gli elettori. E se tutti gli altri candidati – che dovranno presentarsi entro giovedì 30 giugno – avranno un qualche minimo appeal sui suddetti.

Esatto, gli elettori. Per la prima volta nella storia del Regno Unito, il primo ministro non verrà eletto alle politiche dal popolo o in parlamento dai deputati. Per la prima volta nella storia sarà eletto dai ‘membri attivi del partito’, che poi significa i tesserati, in un’elezione a cascata e a eliminazione fra tutti i vari candidati che poi porterà a due principali candidati che si sfideranno nell’ultima lotta. C’è un ‘però’, come sottolineato da Business Insider, sito internet dedito ai retroscena. Secondo i dati della biblioteca della Camera dei Comuni, gli attivisti Tory, quelli con una tessera, sono 149.800. E tutti riceveranno le schede elettorali di queste primarie ‘ridotte’ via posta. Il che vorrà dire che il prossimo primo ministro di una delle più grandi potenze mondiali, e che è ancora grande nonostante il caos degli ultimi giorni, sarà eletto da poco più dello 0,2% della popolazione britannica. È pur sempre democrazia.