Ora che abbiamo assistito a un’abbondanza di lamenti e di vesti stracciate, possiamo dirlo con freddezza: “E’ bene che la Gran Bretagna esca dall’Unione Europea”. Dicevano i latini: “Oportet ut scandala eveniant”, ossia “E’ positivo che si verifichino shock”. La Brexit è la scossa salutare per riesaminare tutto. Quando una situazione è incancrenita – come l’attuale stato dell’Ue – bisogna prendere il bisturi e andare fino all’osso.

Era negativo che per evitarla fosse stato concesso a Londra uno status speciale che esentava la Gran Bretagna dall’impegno di operare per una “unione sempre più stretta” insieme a ulteriori clausole, che la liberavano da una serie obblighi comunitari per esempio in tema immigrati. Non si sta in un club, se non si condividono il patto fondativo e tutte le regole comuni.
Una Gran Bretagna, che non vuole l’obiettivo di una integrazione progressiva dei paesi europei, non può pretendere di continuare a partecipare alla determinazione della politica dell’Unione. O dentro o fuori. Il referendum britannico ha eliminato la toppa maldestra elaborata a Bruxelles nel febbraio scorso, che un domani avrebbe permesso ad altri paesi di chiamarsi fuori dalla strategia comune.

Di fatto l’Unione, così come è oggi, è un carrozzone sgangherato sempre più difficile da gestire. La colpa non è delle autorità di Bruxelles (come si tende a dire superficialmente). I tecnocrati di Bruxelles attuano la politica o meglio la non-politica, che risulta da vertici poco gestibili di 28 (ora 27) Stati. Se l’Ue non ha una robusta strategia di sviluppo sociale la responsabilità è dei suoi capi di stato e di governo: non delle autorità di Bruxelles.

L’allargamento entusiastico dell’Unione ai paesi dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino fu un errore. Lo sanno tutti, anche se diplomaticamente pochi lo ammettono. Gran parte delle nazioni dell’Europa orientale, uscite dal sistema sovietico, erano solo interessate ai vantaggi economici dell’Ue, con scarsissimo interesse per la costruzione di una Europa unita. Paesi come la Polonia e l’Ungheria sono oggi rette da regimi nazionalisti, che non osservano nemmeno gli standard normali delle democrazie europee. Soprattutto in Europa orientale è rampante la volontà di opporsi a qualsiasi redistribuzione per quote della massa di migranti, che dal Mediterraneo bussano alle porte dell’Europa.

Bene, quindi, che lo shock della Brexit metta tutti davanti a un bivio.

Il “carrozzone Europa” – proprio perché il suo passo si è inceppato e non è più in grado di produrre gli indubbi benefici, che ha portato nei decenni passati – non può continuare sui binari attuali. Bisogna scegliere. Imboccare la via dell’unione politica. Prendere atto che gli stati nazionali nell’era della globalizzazione non contano nulla (e se ne accorgeranno presto gli inglesi). L’unica dimensione è quella continentale. Gli Stati Uniti d’Europa.

L’obiettivo non si raggiunge con la bacchetta magica in un momento. Ma è l’ora che la questione sia posta con chiarezza. Specie le generazioni giovani (che, lo si è visto anche in Inghilterra, hanno ben chiaro il vantaggio dell’integrazione) possono e devono pungolare i ceti politici ed economici più responsabili perché sia messo in campo un programma reale di costruzione della Federazione europea per tappe precise. Anche in Italia e in Germania nell’800 erano in tanti a dire che l’unità nazionale era un’utopia o “non era matura”. Allora la questione fu risolta attraverso le guerre di indipendenza e di unificazione.

Oggi deve essere la politica a creare l’unione politica dell’Europa. Euroscettici e populisti neo-nazionalisti prosperano nella grande crisi sociale attuale proprio perché non c’è una proposta chiara di integrazione europea in grado di appassionare gli animi e di spiegare che l’Unione è l’unico strumento per fondare un nuovo patto sociale continentale, che superi le “due società” presenti in ogni nazione : la ridotta casta benestante e dominante da una parte, la massa degli esclusi, poveri, impoveriti, precarizzati a vario titolo dall’altra.

L’Europa a ventisette non può andare avanti. Non ha prospettive. Non produce risultati. Serve una scelta. Due velocità. Da una parte chi si accontenta di un’area economica associata. Dall’altro chi vuole procedere all’integrazione sempre più stretta. Non c’è nulla di utopistico nel decidere un programma concreto di una “unione stretta” che comprenda, per tappe programmate:
1. Regole omogenee per fisco, banche, finanza e un ministro del Tesoro/Economia per l’eurozona ; 2.Intelligence anti-terrorismo comune; 3. Polizia anti-criminalità organizzata comune (tipo Fbi): 4.Esercito europeo; 5.Politica estera integrata; 6.Politica comune sull’immigrazione; 7. un Programma comunitario di forti investimenti per il rilancio dell’occupazione.

“L’Italia farà la sua parte”, ha dichiarato il premier Renzi dopo lo shock della Brexit. Sono le stesse parole da lui pronunciate dopo la strage terroristica a Parigi nel dicembre scorso. Le usa in mancanza di una visione chiara. Ma non è solo Renzi l’inconsistente sulla scena europea. Tutte le classi di governo dell’Unione – quelle responsabili e non nazionaliste – sono chiamate a fare uno scatto per decidere un programma d’azione, che abbia per traguardo la costruzione della Federazione europea.
Chi ci sta, ci sta.

Nel dopoguerra sono stati i “federalisti” e i “visionari” come Altiero Spinelli e Jean Monet a porre le basi di un’integrazione che ha portato un enorme sviluppo all’Europa prima della grande crisi sociale attuale. Ora servono uomini con eguale coraggio e lungimiranza.