Londra, Downing Street 10, 23 Giugno, 6.30 del mattino. Sono qui per seguire in diretta la Brexit, un’emozione particolare che condivido anche con due colleghi di RaiNews24, in attesa dell’uscita di David Cameron e delle dichiarazioni di Boris Johnson. Siamo tutti ‘coscienti del momento’ come si dice. Man mano arriva gente e telecronisti, fino a che non si riempie tutto. Un gruppetto di attivisti del Leave concede buffe interviste, sventola bandiere sulla strada, a cui tassisti e camionisti rispondono con il clacson, e sembra di stare in un post partita allo stadio – dalla parte dei vincitori. Da 10 anni vivo fatti e misfatti del Regno Unito, nei momenti importanti ci sono sempre. Voglio soprattutto capire le ripercussioni sulle prospettive occupazionali dei nostri corsisti, che in Uk hanno un mercato significativo e potenzialmente enorme.

Voglio sentire e toccare con mano, al di là delle dichiarazioni, spesso false, capire gli umori su cui verranno prese le decisioni. Voglio “postare in diretta”. Come siamo arrivati a tutto questo? Il dibattito degli ultimi i giorni è stato tutto su vacche, polli, pesca, capitali. L'”uomo comune” di Farage esiste davvero ed ha votato Leave. Il gestore di un hotel, mio amico, mi dice: “non ne possiamo più di tutti questi regolamenti e complicazioni, sei direttive per fare una sola cosa”. E’ mancato completamente, da parte della burocrazia di Bruxelles, il comunicare il valore di quei regolamenti, spesso a protezione del cittadino e del consumatore. Neanche è stato citato il valore dell’Erasmus per i giovani, per dire. Nessuno ‘di strada’ ha chiari i vantaggi di stare, ma gli svantaggi li elenca sulle dita. Non si è distinto, tra le urla intimidatorie, nessun riferimento al passato comune, a ciò che unisce i popoli, a ciò che abbiamo passato insieme.

La burocrazia di Bruxelles non ha saputo comunicare nemmeno le cose buone, tante, fatte. Soprattutto, non ha comunicato il proprio senso, la propria missione, il proprio ‘destino’. Sia la campagna Brexit che quella Bremain sono state costruite su un castello di falsità e furbizie; credo che pochissime delle cose che sono state dette accadranno, nel bene e nel male. Anche nei confronti del nonprofit locale, è solo un’impressione questa, ho assistito ad un fenomeno di progressiva tendenza all’isolamento, un po’ di presunzione, sottovalutazione dell’opportunità dello scambio. Cosa che non è in Scozia invece, sempre più aperta, collaborativa, accogliente, e che presto indirà un referendum e, salvo particolari intoppi, si separerà dall’Uk per aderire all’Ue (non a questa). La prima ministra scozzese, Surgeon, ha rassicurato i tanti ragazzi che vivono, studiano e lavorano in Scozia, come mia figlia, che quella è, e rimane, casa loro. L’ho trovato bello, era detto con grande partecipazione.

E’ su questa sensibilità e passione che l’Europa deve ricostruirsi: su un sogno comune, lasciando andar via subito chi non lo condivide ed alza muri e stende reti. Narrare la propria storia, riformulare la propria ‘proposta di valore’, accogliere ed inserire quei milioni di profughi che, se ben gestiti, saranno energia ed intelligenza vitale per il suo futuro. Proprio quello che ha saputo fare meglio di tutti, fino ad ora, la Gran Bretagna, e che continuerà di certo a fare. Lasciare alle frontiere non i rifugiati, ma i capitali sporchi delle mafie – il vero pericolo ai confini europei, come ha scritto Saviano su The Guardian il 22 Giugno (capitali sporchi che peraltro, ora più di prima, confluiranno in una City più selvaggia, dominata dagli spiriti peggiori del capitalismo).

“Ogni pietra sorgeva sulla pianta di un sogno”, dice l’Adriano della Yourcenair. Allora coraggio, se l’Ue è finita, forse siamo ancora in tempo a ricostruire l’Europa: sui sogni, prima che sui regolamenti.