Animalesco, sensuale, violento, infantile, semplicemente: Marlon Brando. Sarà la trentesima edizione del Cinema Ritrovato (Bologna, 25 giugno-2 luglio 2016) a mostrare in tutta la sua magniloquenza il divo, la star, il mito che sbancò prima il botteghino di Hollywood diventando icona con giubbotto di pelle ne Il selvaggio, a petto nudo in Un tram che si chiama desiderio, pelato e con cotone tra denti e mascelle ne Il Padrino, per poi dedicarsi a regia (One-Eyed Jack) e “tanghi” imburrati. Sarà proprio Bernardo Bertolucci, in Cineteca a Bologna durante il festival, a raccontare durante un incontro/approfondimento il Brando sfatto e sublime di Ultimo tango a Parigi (ricordiamolo, campione d’incassi in Italia nel 1972 e tra i primi 15 incassi di sempre). Occasione d’oro anche quella di recuperare sul più grande schermo all’aperto di piazza Maggiore durante la programmazione serale, l’unica prova di regia del nostro in versione restaurata: One-Eyed Jack. “La regia l’aveva affidata a Stanley Kubrick, poi a Sam Peckinpah, ma alla fine lo girò lui”, spiega Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna.

Un western che doveva durare tre ore, poi finì per diventare di due. Film incompiuto, esagerato, fuori norma, ispirato a Leone, e che contiene in sé i germi del cambiamento e della trasformazione che il cinema attraversò in quegli anni. Imperdibile”. Come del resto lo è la visione del documentario Listen to me Marlon, scandalo a microfono aperto con i nastri magnetici a tutto volume di un Brando ipnotico, introspezione assoluta, materiale raccolto per i suoi analisti. Poi chiaro, e come sempre, Brando è una delle mille facce del Cinema Ritrovato. Una maratona del restauro dei film che registra anche quest’anno 500 titoli concentrati per la visione in sette giorni di festival. “Attenzione, il 35 mm non è morto – continua Farinelli – il 60% di ciò che mostriamo è in pellicola. All’ultima Cannes Xavier Dolan ha portato la copia del suo film in 35 come del resto molti altri colleghi”. Il tema a casa dei restauratori che oramai fatturano in un ogni angolo del globo, è d’attualità scottante. Rimanere attrezzati per il digitale come per la pellicola. Anche se il cuore rimane sempre di celluloide. Vedi la sezione Technicolor, con una serie di capolavori tirati a lucido e scintillanti forti cromatismi come Singin in the rain di Gene Kelly a Marnie di Hichcock, passando per una suntuosa copia di Apocalypse Now Redux.

Mostreremo anche parecchie ‘bobine di riferimento’, quei rulli che si depositavano in archivio per accertarsi che le copie stampate successivamente corrispondessero all’originale. Ce li ha prestati l’Academy di Los Angeles”. Tra i ritrovati e restaurati ci sono poi Io la conoscevo bene di Pietrangeli, Signore &Signori di Germi, I compari di Altman, Adieu Bonaparte di Chahine, Valmont di Forman. Impossibile citare tutto l’immenso programma, proiezioni day by day, dalle 9 del mattino alle 10 di sera, i fratelli Dardenne, Marco Bellocchio, Bertrand Tavernier come ospiti.

Segnaliamo quindi due sezioni che nel caso passiate da Bologna non vanno perse: quella su Mario Soldati regista e l’altra su Jacques Becker. Il primo stimato scrittore, ma anche autore cinematografico che almeno nel primissimo dopoguerra gira un autentico capolavoro di “genere”: Fuga in Francia. Da vedere, il piccolo gioiello girato sulle Alpi al confine italofrancese con un fascistone in fuga come un contrabbandiere, perché nel 1948 un film del genere dimostrava, proprio facendo il paio con Riso amaro e Caccia tragica di De Santis, come i cineasti italiani potessero concorrere con gli artigiani hollywoodiani quasi ad occhi chiusi. Becker è un altro “auteur” che andrebbe studiato a memoria. Al Cinema Ritrovato ridanno quasi tutti i suoi film in copie restaurate. Consigliamo Grisbi e Il Buco, prison movie che ha poi insegnato perfino a Clint Eastwood cosa significasse muovere la macchina da presa tra sbarre e cessetto della cella. Infine ci permettiamo ancora tra un Charlot, un Keaton, un Quo Vadis del 1903, 65 metri di pellicola, un minuto di durata, il Who’s Crazy (1966) di Thomas White: film di cui si parla da decenni, ma che è praticamente invisibile ai più dopo la proiezione di quell’anno a Cannes. Il titolo fa già capire l’andazzo fuori misura e sincrono del film. Se poi aggiungiamo che Ornette Coleman tratteggia la colonna sonora e i componenti originali del Living Theatre interpretano i pazienti di un manicomio in una città belga fotografata con un livido e crudo bianco e nero, che dire…visione imperdibile. Info