Difficile individuare nel panorama attuale uno più adatto di Bobo Rondelli a interpretare il pensiero di Piero Ciampi: entrambi poeti malinconici e autodistruttivi fino al midollo, spesso e volentieri sono stati accostati e non solo per la loro “livornesità” (anche se poi, Bobo, neanche è nato a Livorno…). Difficile trovare uno più adatto a farlo rivivere e, infine, riscoprire: infatti, dopo aver portato a teatro lo spettacolo Ciampi ve lo faccio vedere io, l’ex leader degli Ottavo Padiglione – attualmente al cinema con La Pazza Gioia per la regia di Paolo Virzì – ha pubblicato Bobo Rondelli canta Piero Ciampi, un doppio album nel quale Bobo è riuscito a far trasparire lo spirito di un poeta che ha diffuso la sua arte e il suo male di vivere – mai compiacendolo – e per il quale era sempre pronto a ricercare un riscatto.

rondelliBobo, tu sei sempre stato accostato a Piero Ciampi, perché  entrambi provenienti da Livorno…
Probabilmente l’atteggiamento con il quale ci approcciamo alla vita è molto simile. Un po’ punk, perché Livorno è un po’ punk. Ciampi aveva canzoni estreme, anche se il suo è tutto un altro territorio, quello dei poeti francesi, degli chansonnier, e il mio è un po’ qui, un po’ là, è un percorso più sciagurato. Io comincio dai Beatles, poi crescendo ho trovato Ciampi, Aznavour, Chuck Berry

In questa fase della tua vita artistica sei più chansonnier, considerando l’esperienza con Gli Ottavo Padiglione.
Beh sì, con loro ero più rock, a volte classificato come demenziale, tragicomico se vuoi. La pura demenzialità richiede un esser vicino alla tragedia, un superamento della tragedia, assumendo un atteggiamento demenziale con la vita, quasi più a voler cercare una scimmia interiore che un umano. C’è sempre una voce dentro me, quella di Marcello Mastroianni, che mi dice: ‘Ma che ci faccio io qui? Ma perché dovrei trovarmi qui, tu capisci?’. È questo disagio continuo con gli umani. Più gli anni vanno su e più questo disagio aumenta, sto meglio con il cane… anche no, meglio i cani liberi, da guardare da lontano. Ma non detesto nemmeno gli umani a dir la verità. C’è un pensiero che dice, ‘non volendo andare da nessuna parte, vado ovunque. Da nessuna parte’. Se lo spirito è questo le cose succedono anche di più. Sono un oblomovista, un pigro. Uno che decide di non vivere in società. L’idea di Ho picchiato la testa nasce da qui.

Chi è Oblomov?
È il protagonista di un romanzo di Ivan Gončarov: è un nobile decaduto, che vive a Pietroburgo grazie alla rendita di una sua tenuta di campagna, e i suoi giorni trascorrono nella più totale inattività. Decide di trascorrere il resto della sua vita su un divano, a dormire e sognare, perché disgustato dalla vita di società, la quale gli appare come falsa, gretta e superba. Priva di scopi spirituali.

Dunque questo tuo oblomovismo continua?
Sì, è un germe che si è insidiato dentro me. Non è qualunquismo, perché il qualunquista cerca di essere uno qualunque per approfittarsene e starsene al potere. Io non ho un ego che ha bisogno di essere alimentato dal potere…

Questo ti ha impedito di lasciare la “tua” Livorno.
Quando vivi sempre nello stesso posto c’è la magia, chessò vedi una via e sembra che il tempo non sia mai passato, ti sembra di avere 12 o 13 anni, la mente flasha, coi ricordi, il tempo sparisce, sembra di non invecchiare, per quanto alle volte la mente si affossa un po’ nello stare sempre nello stesso posto. Mi sento molto taoista,  aspiro al non dire, a non fare che è l’unico modo per non aver orrore di se stessi. Il vero viaggiatore non ha bisogno di spostarsi: tutto quello che cerchi ce l’hai sotto casa.

Potrebbe questo essere un alibi?
Sì, può esserlo, perché il mondo che luccica porta al lusso, all’autodistruzione. Io sono un moderato autodistruttivo. Non miro alla morte, ma al collasso. Mi piace l’idea di autodistruggersi, che è un ricominciare. È un bisogno di ritornare a ricercare il necessario, quando forse si è avuto un po’ troppo. Fossi davvero ricco tenderei a distruggere tutto. O chiudi i rubinetti dell’anima o vivi di sensi di colpa. Maledetto e sporco vile denaro.

Cosa può scuoterti da questo torpore?
Fare le cose che si vuole e circondarsi di amici che la pensano come te. Nel romanzo di Gončarov, però, nemmeno i tentativi dell’amico Andrej Stolz e, soprattutto l’amore di Olga, riescono a indurre Oblomov a un cambio di vita.

“Sul finire del film la voce narrante informa che Oblomov, nel matrimonio con una vedova, trova la serenità sempre desiderata, avrà un figlio, chiamato Andrej in onore di Stolz, e poi morirà a seguito di un colpo apoplettico” (Fonte wikipedia)