Cosa c’entra la Brexit con le pensioni d’oro di Giuliano Amato e Lamberto Dini? Nulla, apparentemente. A meno di non chiederlo al M5s Alessandro Di Battista, magari mentre attende i risultati del referendum nel Regno Unito alla residenza dell’ambasciatore britannico a Roma. “Quella è la strada, permettere ai cittadini di scegliere”. E parte l’esempio: “Immaginate, qualora fosse possibile in Italia, di indire un referendum per il taglio dell’80% delle pensioni d’oro“. E allora? “Durante la raccolta firme pensionati come Dini o Amato avanzerebbero loro una controproposta per tagliarle magari il 40%. Questo è quello che insegna da un punto di vista politico strategico il referendum in Gran Bretagna”. Un’arma di ricatto? No, “strumenti di democrazia diretta per avere potere contrattuale tale da costringere la grande finanza europea non a concedere, ma a cedere privilegi, soprattutto decisionali, di cui si sono appropriati in barba alla democrazia”. Tutto chiarissimo, certo. Ma alla fine le pensioni di Dini e Amato le tagliamo dell’ottanta percento o del quaranta?