Il digitale sta cambiando in profondità l’industria editoriale, ma non esistono soluzioni standard né business consolidati. Le culture sono diverse, le economie sono differenti. E i ricavi vengono ancora per il 90% dalla carta”. A sostenerlo è Gianni Paolucci, presidente ASIG, che ha aperto i lavori della Wan-Ifra Italia 2016, la conferenza internazionale dell’industria editoriale e della stampa che si è tenuta a Bari. Giunta alla 19esima edizione, la Wan- Ifra è promossa dall’Associazione mondiale degli editori e dall’Asig – Associazione Stampatori Italiana Giornali. Al centro dell’attenzione lo stato di salute e il futuro dell’industria editoriale, la gestione dei contenuti digitali, i costi di redazione, la filiera dei quotidiani, la pubblicità e le nuove tecnologie.

Anche se la crisi dell’editoria non si arresta, all’orizzonte si vedono timidi segnali di ottimismo. “Il 2016 potrebbe essere l’anno della ripresa – spiega Massimo Martellini, presidente della Federazione delle concessionarie di pubblicità – certamente ci sono sempre più opportunità: circa 1100 canali televisivi, qualche centinaio di radio e infiniti siti internet”. La Tv raccoglie ancora la maggior parte degli investimenti pubblicitari (il 46,1%), mentre a subire qualche contraccolpo è il web, dove “nei primi quattro mesi del 2016, gli investimenti pubblicitari sono calati dello 0,6 %. Tra il 2009 e il 2015 la stampa nel suo complesso ha perso quasi il 50% del proprio fatturato.

Il peso della stampa – si legge nel Rapporto 2016 sull’industria dei quotidiani italiani – sul totale degli investimenti pubblicitari continua ad assottigliarsi: da poco meno del 30% del 2009 a poco più del 20% nel 2015. E i dati relativi al 2016 sembrano confermare questo trend: nel primo trimestre il mercato pubblicitario complessivo è tornato a crescere, ma la stampa continua ad arretrare: -4,6% per i quotidiani e -3,9% per i periodici”. Cala anche la tiratura dei giornali. Il trend negativo è riportato nel Rapporto: “Nel biennio 2014-2015 c’è stata una continua e apparentemente inarrestabile discesa delle tirature e delle diffusioni delle copie cartacee. In base ai dati Ads, la produzione è passata dai 4,8 milioni di copie giornaliere del gennaio 2014 ai 4 milioni del dicembre 2015, con un calo di poco inferiore al 16%, mentre la diffusione è scesa del 17%, da 3,4 milioni a 2,8 di copie giornaliere”.

I rilevamenti Audipress, infatti, descrivono un paese sempre meno avvezzo alla lettura dei giornali. Tra il 2010 e il 2015 la popolazione italiana è rimasta sostanzialmente stabile, passando da 52,2 a 53 milioni di persone di età superiore ai 14 anni: di questi i lettori abituali di quotidiani sono 18,7 milioni. “Un dato – si legge – in calo del 22% rispetto ai valori di cinque anni prima. Ovvero solo un italiano su tre (o poco più) ha l’abitudine di leggere almeno un quotidiano al giorno”. E se da una parte occorre ridurre i costi e ottimizzare il lavoro, dall’altra è indispensabile recuperare lettori e introiti. Per questo ogni giornale propone soluzioni diverse. Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it, ha raccontato, ad esempio, com’è nato il progetto del Fatto Social Club: “Abbiamo chiesto ai lettori di partecipare direttamente alla vita di redazione. Abbonandosi, sostenendo il giornale o diventando soci di fatto, è possibile accedere a più contenuti, partecipare alle riunioni di redazione, oltre a ricevere sconti ai corsi giornalistici della scuola di formazione “Emiliano Liuzzi”. Certamente il progetto non risolve i problemi ma può aiutare a trainare pubblicità e soprattutto dare ai lettori un senso di comunità e appartenenza”.