Il referendum sulla Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, che si terrà giovedì 23 giugno, secondo i sondaggisti vede appaiate le posizioni del “Leave” e del “Remain”. Quest’ultimo fronte è tornato leggermente avanti dopo il brutale omicidio della deputata laburista Jo Cox, mentre le ultime settimane avevano visto la prevalenza dello schieramento a favore dell’abbandono dell’avventura all’interno dell’Unione. Se la consultazione si sta giocando prevalentemente sui temi dell’immigrazione, è l’economia a suscitare i maggiori interrogativi: i sostenitori dell’uscita si augurano un nuovo boom superando quelli che ritengono lacci e lacciuoli di Bruxelles, mentre catastrofiche sono le previsioni di chi ritiene più utile al Paese il proseguimento del cammino europeo. E su questo terreno i sondaggi non hanno partita, dal momento che il consensus generalizzato degli economisti inglesi, interpellati a più riprese dalla stampa britannica, si dichiara fermamente contrario all’uscita del Paese dalla Ue.

I favorevoli: “Caleranno i prezzi, aumenterà il Pil” – Sono solo 8 gli economisti che si sono schierati per il voto a favore, e si sono riuniti nel cartello “Economists for Brexit”, guidati da Gerard Lyons, advisor economico dell’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, e Patrick Minford, docente dell’Università di Cardiff e già consulente di Margaret Thatcher. “L’Unione Europea è come il Titanic – ha scritto Lyons -, e dobbiamo saltarne fuori prima che affondi”. Il gruppo di lavoro ritiene che fuori dalla Ue i prezzi al consumo si ridurranno dell’8%, e il cittadino inglese avrà in tasca 40 sterline in più a settimana, mentre la City non subirà ripercussioni nel suo ruolo di centro finanziario mondiale senza concorrenti in Europa, grazie alla salda posizione dominante fatta di infrastrutture e 2,2 milioni di lavoratori. Gli “Economists for Brexit” prevedono una crescita del 4% del Prodotto interno lordo. I loro colleghi, tuttavia, non solo non condividono queste stime così ottimistiche, ma avanzano forti preoccupazioni sulle ricadute negative che avrà un Regno Unito fuori dalla Ue.

I contrari: “Recessione e crisi finanziaria” – Nessuno degli oltre 100 leading thinkers consultati sul tema dal Financial Times ha dichiarato che la Brexit aiuterebbe la crescita. Per il capo economista di Citigroup, Willem Buiter, l’impatto di un divorzio sarebbe “drammatico”. Buiter teme le rappresaglie di Bruxelles per scoraggiare gli altri Paesi, la frenata degli investimenti stranieri in Gran Bretagna e la perdita di business per la City. “Una profonda recessione e una crisi finanziaria saranno inevitabili”. Non solo. Il dirigente di Citigroup vede una frantumazione del Regno Unito, con Scozia, Galles e Irlanda del Nord che potrebbero dirigersi vero Bruxelles. E addirittura si augura che la Greater London, area da oltre 8 milioni di abitanti, possa lasciare l’Inghilterra per aderire singolarmente all’Unione Europea. Kathrin Muehlbronner, vice presidente dell’agenzia di rating Moody’s, ritiene che il voto per l’uscita porterebbe a conseguenze negative per la crescita già nel 2016 e 2017, per poi attendersi la negoziazione di un accordo commerciale con Bruxelles che possa nuovamente offrire a Londra i benefici dell’affiliazione all’Unione, sulla scia di quanto oggi intercorre con la Svizzera. Anche George Buckley, capo economista Uk di Deutsche Bank, si attende che, in caso di Brexit, l’Unione Europea possa irrigidire la sua posizione per evitare il contagio, ma allo stesso tempo ritiene voglia mantenere i propri canali commerciali con Londra e dunque offrire un accordo preferenziale. Per Buckley ci saranno comunque ripercussioni sulla crescita, parzialmente mitigate da una moneta che ci si aspetta diventare più debole e possa favorire le esportazioni. Sensazione allineata a quanto rilevato da un panel di economisti di Bloomberg, che per la maggior parte prevedono, in caso di voto favorevole, una sterlina subito al di sotto degli 1.30 dollari (oggi viaggia oltre 1.40).

Nove economisti su dieci: “Impatto negativo sul Pil” – Ma l’indagine più estesa è stata commissionata dal periodico Observer all’istituto Ipsos Mori, al quale hanno risposto oltre 600 economisti della Royal Economic Society e della Society of Business Economists. Per l’82% dei rispondenti l’uscita avrà un impatto negativo sui redditi delle famiglie nei prossimi cinque anni, con il 61% convinto di un incremento della disoccupazione. Per l’88% del campione del sondaggio, nei prossimi 5 anni ci saranno ripercussioni negative sul Pil, con oltre la metà, il 57%, che indica una contrazione del Prodotto interno lordo maggiore del 3 per cento. I motivi? La mancanza di libero accesso al mercato unico, e l’aumento dell’incertezza con la riduzione degli investimenti sono le due ragioni principali, indicate da quasi 7 rispondenti su dieci. Paul Johnson, direttore dell’Institute for Fiscal Studies, ha dichiarato a questo proposito: “Per una professione conosciuta per la scarsa propensione a essere d’accordo su qualcosa, questi livelli di consensus sono alquanto degni di nota”.

Il precedente: nel ’99 gli economisti favorevoli all’euro – Gli economisti britannici non sono nuovi a esprimersi ampiamente a favore dell’integrazione europea. Nel 1999, quando si prevedeva un referendum per l’ingresso del Regno Unito nell’eurozona, opzione successivamente accantonata a favore del mantenimento della sterlina, l’Economist effettuò un sondaggio tra gli economisti proprio della Royal Economic Society e i fellow dell’area economica della British Academy. I 164 rispondenti si schierarono a favore dell’ingresso nell’euro per il 65%, motivando la propria decisione con un tasso di cambio più stabile, il rischio di veder tagliati gli investimenti esteri e la progressiva perdita di influenza sulle istituzioni economiche e finanziarie del continente, con uno spostamento degli equilibri a favore di Francoforte rispetto a Londra. I contrari, invece, criticavano la mancanza di controllo democratico, i problemi connessi all’imposizione di un’unica politica monetaria a economie diverse e l’assenza di flessibilità nei mercati del lavoro europei.