Il rottamatore è stato rottamato. La lezione che arriva dalle urne è chiara: hanno vinto il taxista di Roma, il portiere dell’hotel, l’insegnante della scuola di periferia, lo studente universitario, il commerciante di corso Francia a Torino, il pensionato che ogni giorno commenta al bar gli ottanta euro di Renzi, l’imprenditore che non sopporta più le “sparate” dell’ex sindaco. Hanno vinto quelli che in tasca non hanno alcuna tessera di partito; quelli che un tempo credevano in un’ideologia ma visto che nessuno più rappresenta con chiarezza la Sinistra, la Destra o il Centro, preferiscono il Movimento 5 Stelle capace di ospitare e accogliere gli uni e gli altri.

Hanno vinto quelli che fino a ieri hanno urlato al premier ciò che non andava, ma senza risultati. Lo hanno fatto scendendo in piazza, fischiando alle assemblee di categoria, cercando un dialogo con qualche parlamentare di maggioranza. Ma niente da fare.

Renzi, i suoi ministri e la sua maggioranza hanno voltato le spalle al Paese, convinti del loro operato. Molti di quelli che hanno votato Chiara Appendino e Virginia Raggi, magari avevano posto fiducia in Matteo Renzi ai tempi della scalata a Palazzo Chigi.

L’arroganza di un premier e di una maggioranza disposti a tutto pur di far passare in fretta e furia delle riforme (vedi la “Buona Scuola” e la riforma costituzionale), hanno convinto una parte di elettori a provare a fermare la corsa del fiorentino. Lo hanno fatto in due modi: dando fiducia al Movimento 5 Stelle e non andando a votare.

Gli italiani hanno scelto in maniera consapevole e non tanto come forma di protesta di dare fiducia a volti “normali”, a quelle facce che somigliano alle nostre, a chi non ha scelto di essere un professionista della politica ma una donna o un uomo che si mette a servizio della politica.

Dall’altro canto bastava salire su un taxi a Roma per capire che aria tirava. Bastava andare in un mercato a comprare la verdura o dal panettiere, per rendersi conto che il sogno era finito. La gente ha voluto votare i “normali”.

Un conoscente nei giorni scorsi mi ha raccontato di essere stato alla villa di Beppe Grillo a suonare il campanello: il comico genovese non era in casa, ma dopo un’ora ha richiamato questa persona e l’ha invitata a bere un caffè nel salotto restando un’ora a parlare di pregi e difetti del movimento e non solo. Ai miei conoscenti non è sembrato vero che il leader dei 5 Stelle restasse ad ascoltarli. Eppure è un gesto normale.

Basta quest’immagine per capire il motivo del voto ai pentastellati, alle persone “normali”. Molti di quelli che hanno dato fiducia ai 5 Stelle forse nemmeno conoscono il loro programma di governo, le loro idee ma conoscono bene quelle del Partito democratico perché le stanno vivendo sulla propria pelle. Per mesi sono state costrette a subire, si sono dovute rassegnare alle decisioni di questo governo: penso, per esempio, a quella collega di Lampedusa trasferita in Toscana o a quell’altro 53enne di Napoli costretto a fare il maestro in provincia di Cremona. Così come penso alla questioni che molti di noi hanno sottoposto al governo sulla “Buona Scuola” senza essere ascoltati.

Risultato? Gli elettori hanno vomitato tutto ciò che sono stati costretti a ingurgitare. Lo hanno fatto anche voltando le spalle alle urne.
Il 19 giugno non hanno propriamente “vinto” i 5 Stelle (cui va il merito di dare ancora speranza) ma ha perso il leaderismo (i due Matteo, Berlusconi) e il partitismo.
Che piaccia o meno a seguire la linea del partito sono rimasti in pochi superstiti.
Gli italiani hanno scelto se stessi. Si sono dati voce.