“Adesso la Raggi pensi a trovare la benzina per i bus dell’Atac”, mormorò a notte fonda su Raitre l’onorevole Gasparri dando voce all’unica speranza a cui possono oggi aggrapparsi i tanti politici sconfitti e i giornalisti al seguito (quante facce livide nelle varie dirette televisive). Che cioè i sindaci del M5s si dimostrino incapaci di governare e che, soprattutto a Roma, la giovane Virginia affondi rapidamente nella palude dei 14 o 17 miliardi di debiti ereditata dalla vecchia politica, di destra e sinistra, gestita dagli amici degli amici. Come se il disastro fosse colpa sua. E’ sacrosanto chiedere che lei nella Capitale, e la Appendino a Torino, dimostrino nei fatti concreti la richiesta di “cambiamento” che gli elettori hanno trasformato in un terremoto. Attenzione però che se il governo Renzi taglierà loro i trasferimenti finanziari (come annunciato dal ministro Boschi) o li ritarderà all’infinito (come sperimentato nella Capitale dal sindaco marziano Marino) la loro si trasformerà rapidamente in una mission impossibile. Occhi aperti perciò e la richiesta rivolta dall’onorevole Di Maio ai cittadini di Roma e di Torino affinché stiano vicino alle nuove giunte pentastellate non appare affatto retorica in un cammino che si annuncia pieno di trappole.

Ieri sera alle undici e un minuto, se al posto di Matteo Renzi ci fossero stati Bersani o Enrico Letta, sarebbero stati dimessi all’istante dalla segreteria del Pd e a furor di popolo. Ipotesi che il boy scout di Rignano non prende neppure in considerazione preparandosi anzi, dicono i bene informati, a usare il minacciato lanciafiamme contro la minoranza nella direzione del 24 giugno accusandola, come sempre, di remare contro. Anche se a Milano (dopo che era successo a Cagliari) il Pd l’ha spuntata solo grazie all’appoggio della sinistra interna ed esterna (Pisapia). E non certo grazie all’esercito fantasma del Partito della Nazione (Verdini). Le beghe dei Democratici non fermeranno il premier-leader poiché, malgrado qualche inevitabile autocritica Renzi resterà Renzi con tutta la sua arroganza. Se lo conosciamo bene scaricherà la clamorosa sconfitta sulle spalle dei dirigenti locali del Pd e forse anche di qualche collaboratore troppo dialogante. E forse l’unico rimprovero che si farà sarà quello di non avere rottamato abbastanza. Gli altri, s’intende. A questo punto però avere voluto personalizzare il referendum di ottobre sulle riforme costituzionali si sta dimostrando giorno dopo giorno un pericoloso boomerang. Non rinuncerà a farlo neppure dopo la bastonata di domenica (e dopo che i sondaggi danno il ‘No’ in vantaggio). Gli va riconosciuta una certa spericolatezza nel puntare l’intero piatto (“se perdo vado a casa”). Il timore è che stia giocando anche con la pelle degli italiani.

Nel centrodestra l’unica notizia positiva è la buona prestazione a Milano di Stefano Parisi che in due mesi è arrivato a una incollatura da quel Beppe Sala, partito con il vantaggio dell’Expo e del sostegno incondizionato di Palazzo Chigi. Oggi l’ala cosiddetta “moderata” dello schieramento ha un possibile leader a cui affidare la successione di Silvio Berlusconi. Anche perché l’ala lepenista di Matteo Salvini esce da questa consultazione piuttosto ammaccata e con la sconfitta più amara a Varese, proprio nella culla della Lega, caduta sotto i colpi dell’odiata sinistra.

Infine gli astenuti. Crescono progressivamente (un elettore su due è rimasto a casa) e a questo punto i partititi tradizionali sempre più soli dovrebbero ringraziare quei movimenti a lungo disprezzati come populisti che riescono a drenare il senso di rivolta degli Italiani trattenendola dentro le istituzioni. Il M5s ma anche Luigi De Magistris. Che a Napoli, forte della riconquista del comune, sembra intenzionato a trasformare degli Arancioni un partito nazionale della bandana.