Mi trovo attualmente a Kathmandu, la capitale del Nepal, per seguire i lavori della VI Conferenza dei giuristi dell’Asia e del Pacifico (Colap). Nei due giorni della conferenza saranno affrontati vari temi che interessano la regione e il mondo intero, quali la pace, i diritti umani e la democrazia. La sessione inaugurale ha visto la partecipazione di oltre trecento giuristi provenienti da quattordici paesi e delle massime autorità nepalesi, fra le quali il primo ministro e il presidente dell’assemblea costituente. Il Nepal è un piccolo paese stretto fra due giganti (Cina e India), dove convivono oltre trenta milioni di persone appartenenti a etnie, religioni e caste differenti. Dopo dieci anni di lotta armata e circa 14mila vittime, è stato infine rovesciato il regime monarchico e autocratico e si è aperta una nuova era, caratterizzata dalla partecipazione democratica e dall’intento di realizzare una Repubblica inclusiva, ispirata dai principi del socialismo.

La Costituzione nepalese è molto recente, del settembre 2015, ed è stata adottata al termine di un processo costituente durato quasi nove anni, aperto dall’Accordo di pace complessivo, stipulato nel novembre 2006, fra il governo e la guerriglia maoista. Essa prevede una struttura federale, una giurisdizione indipendente, la garanzia dei diritti umani fondamentali, inclusi quelli di tipo economico, sociale e culturale, per tutte e tutti i Nepalesi, e il principio di laicità, il cui rispetto appare molto importante in una regione, come l’Asia meridionale, attraversata da conflitti religiosi e colpiti dalla crescita di fondamentalismi di vario genere. Particolare importanza viene attribuita al riconoscimento e alla protezione dei settori tradizionalmente deboli della popolazione quali le donne, i Dalit (fuoricasta) e i popoli indigeni.

Un disegno indubbiamente ambizioso ma sorretto dalla volontà popolare e da una classe politica omogenea al popolo. Il problema è ora quello di applicare la Costituzione, dando soddisfacente attuazione ai principi ed obiettivi  in essa contenuti. Come affermato alla Conferenza dal presidente dell’assemblea costituente, Subas Chandra Nembang, citando il giurista indiano Ambedkar, se le cose andranno male non sarà certo colpa della Costituzione ma delle insufficienze delle persone preposte ad applicarla. Quali insegnamenti si possono trarre dalle recenti vicende di questo piccolo ma bellissimo paese, popolato da una popolazione eterogenea e gentile, povera ma dignitosa e gelosa della propria sovranità nazionale e della propria democrazia, che è riuscita a liberarsi con uno sforzo sanguinoso dell’autocrazia che la malgovernava fino a dieci anni fa?

In primo luogo che le costituzioni nascono da eventi storici e non possono essere create e modificate per l’arbitrio di una classe politica senza che sussistano profonde ragioni di carattere storico. In secondo luogo che la loro creazione e modificazione deve essere oggetto di una volontà praticamente unanime e implica necessariamente dei compromessi. La Costituzione nepalese, infatti, è stata approvata dal 90% dei parlamentari. In terzo luogo che strumentali e demagogiche preoccupazioni di ordine efficientistico, passano necessariamente in secondo ordine di fronte alla necessità di garantire il carattere integralmente democratico di una costituzione, che deve essere inclusiva e prevedere la massima rappresentatività possibile di tutti i settori della popolazione con le loro varianti di tipo etnico, religioso e politico.

Insegnamenti che valgono anche per il popolo italiano, in prossimità dell’appuntamento referendario previsto per il prossimo ottobre e che impongono di rigettare con fermezza il tentativo di Renzi di modificare a colpi di maggioranza la nostra costituzione, nata, come quella nepalese, dalla resistenza armata del popolo alla tirannide. Le modifiche volute da Renzi, e dai suoi  sponsor, puntano a dare vita a un regime espressione di settori minoritari della società e dello stesso elettorato per realizzare interessi che non saranno certo quelli della maggioranza della popolazione, ma dei ben identificati centri di potere dai quali questo disegno anticostituzionale, e il governo che ad esso ha voluto legare le proprie sorti, sono stati partoriti. Dal tetto del mondo, de nobis fabula narratur, nell’epoca della globalizzazione comune è l’aspirazione dei popoli alla democrazia e alla sua realizzazione mediante istituzioni che tengano conto delle specificità nazionali e storiche ma siano ispirate da un unico intento di inclusione e lotta alle discriminazioni di ogni genere.