QUI la prima parte

Nel 2015, Greenpeace ha lanciato un allarme sulla presenza di fluorurati (Pfc) nell’ambiente, contaminanti presenti persino in luoghi remoti del pianeta, in grado di accumularsi nell’organismo e con processi di biodegradazione molto lenti. I Pfas, rilevati in alte concentrazioni, nell’acqua potabile in Veneto sono fluorurati cosiddetti a “catena lunga”, sostituiti negli ultimi anni, nell’industria tessile e in altri settori, da quelli a “catena corta” che, secondo le aziende produttrici, sarebbero meno pericolosi per la salute. La realtà è che ad indici inferiori di bioaccumulo nell’uomo, corrisponde maggiore idrosolubilità e capacità di concentrarsi nelle piante. Questo significa che, da un lato, è molto più difficile evitarne la presenza nell’acqua potabile, e dall’altro, aumenta il rischio di contaminazione della catena alimentare. Lo sostengono i 200 scienziati che hanno firmato la Dichiarazione di Madrid sull’ambiente e la sicurezza.

Lo studio del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) del 2013 ha rilevato un inquinamento diffuso da Pfc di entrambe le tipologie nei maggiori bacini idrici del centro-nord. Mentre, nel sangue dei lavoratori dell’azienda sotto accusa per la contaminazione in Veneto, la Miteni di Trìssino, sono stati rilevati livelli di Pfas compresi tra i 200 a 47.040 ng/ml, con un caso record di 91.900 ng/ml, a fronte di una media di 4 nella popolazione non esposta. La presenza di così alte concentrazioni nel sangue dei lavoratori, dimostra chiaramente che i fluorurati vengono assorbiti non solo per via orale ma attraverso inalazione o contatto, ad esempio nei luoghi di lavoro. I rischi per la salute possono dunque derivare dall’esposizione a tutti i tipi fluorurati, e non solo attraverso l’acqua potabile.

Da questo punto di vista, non è solo il Veneto a preoccupare. Gravissima è la situazione del fiume Po e dei suoi affluenti. Il fiume Tanaro apporta fino a 58.000 µg/s di Pfoa, a cui si aggiunge il Bormida con gli scarichi della Solvay Solexis di Spinetta Marengo (Alessandria). L’azienda aveva dichiarato di voler ridurre le emissioni di Pfoa entro il 2012, nel frattempo però ha aumentato l’utilizzo dei fluorurati a catena corta. Stessa cosa accade nel fiume Adda, dove resta ancora da identificare l’attività produttiva responsabile di una contaminazione da fluorurati a catena corta (PFPeA e PFHxa) che va da 18.000 a 24.000 µg/s. Così, se il carico di Pfoa veicolato dal fiume Po in Adriatico è diminuito da 2,6 t/a nel 2006 a 0,55 t/a nel 2012, sono invece aumentate di 30 volte le concentrazioni dei fluorurati a “catena corta”. In conclusione, il carico medio di fluorurati lungo il fiume Po, misurato dal Cnr nel periodo 2011-2012, supera i 7.000 mg/s.

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Anche in seguito agli allarmi lanciati da Greenpeace, venti aziende del distretto tessile di Prato, principale responsabile dell’inquinamento da fluorurati del fiume Arno, hanno siglato un accordo per l’eliminazione dei Pfc dalle loro produzioni. L’elenco delle aziende firmatarie è pubblicato da Confindustria Toscana. La Regione Veneto invece, su parere dell’Istituto superiore di sanità, ha attuato al riguardo una politica che desta qualche dubbio, soprattutto in una situazione emergenziale. Con la delibera n. 1517 del 29 ottobre 2015, ha infatti mantenuto i limiti iniziali di 500 ng/L per i Pfoa e 30 per i Pfos, ma ha fatto cadere quello di 500 ng/L per la somma di tutti gli altri fluorurati, stabilendo che potessero aggiungersi ulteriori 500 ng/L di perfluorobutansolfonico (Pfbs) e altrettanti di perfluorobutanoico (Pfba) senza alcun rischio per la salute umana. Bene, l’importante è conoscere gli ingredienti del cocktail. D’altronde i fluorurati a catena corta sono molto più difficili da filtrare e i costi sarebbero esorbitanti.

Per le leggi Ue l’acqua è un alimento, la distinzione tra esposizione attraverso acqua potabile e quella alimentare risulta quindi difficile da comprendere. Ad ogni modo, l’inquinamento diffuso documentato nello studio del Cnr è indice anche di una maggiore contaminazione dei prodotti agricoli e della pesca. Nel 2012, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha stabilito per la popolazione italiana le stime di esposizione alimentare in situazioni di contaminazione ambientale di fondo, non legata quindi a casi estremi, come la vicinanza di scarichi industriali. Per i bambini dai 3 ai 9 anni, 0,7 ng/Kg peso corporeo; per i Pfoa e 2 ng/Kg per i Pfos al giorno. Considerando grandi consumi di prodotto ittico, si arriva a 3,5 mg/kg di Pfoa e 6,9 di Pfos.

In normali situazioni di contaminazione, l’acqua contribuisce solo per l’1% all’assunzione di Pfos e per il 10% a quella di Pfoa. In aree fortemente contaminate, stime e percentuali possono aumentare sensibilmente esponendo le popolazioni a rischi maggiori. Lo dimostra proprio quanto appreso dall’audizione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti sugli abitanti del Comune di Trissino. Pur vivendo proprio dove ha sede l’impianto Miteni, questi non hanno bevuto acqua contaminata. L’assunzione di Pfas risulta invece tra il 50 e l’80% dovuto all’alimentazione.

Lo stesso studio del Cnr ha rilevato, nei campioni di vongole prelevati nella zona di riproduzione Sacca di Goro, alla foce del fiume Po, concentrazioni di acidi perfluorocarbossilici fino a 4,5 ng/g e di acidi perfluorosolfonici fino a 1,1 ng/g. Il consumo medio nazionale di molluschi è stimato in 4,6 g/persona al giorno, ma per gli abitanti della laguna sale a 30 g. I valori di esposizione attraverso il consumo di vongole – si conclude – sono tali da far presupporre un rischio sanitario non escluso ma “molto basso”.

Quanto appena detto però, da un lato dimostra che alcune categorie di persone possono essere soggette ad un consumo maggiore di alimenti contaminati, dall’altro, non prende in considerazione l’effetto cumulativo dell’assunzione di fluoruranti a catena corta e a catena lunga che possono essere presenti in vari alimenti e non solo nelle vongole e nell’acqua. I rischi sono connessi alla maggiore incidenza di malattie della tiroide, tumore al testicolo, cancro al rene, ipertensione indotta dalla gravidanza.