Massimo Fini è un giornalista e scrittore di qualità. Lucido. Acuto. Controcorrente. Sempre documentato e capace di argomentare con sottigliezza, mi accade spesso di condividere le sue tesi. Stavolta tuttavia nel suo articolo – “Il “Mein Kampf” va pubblicato. sono i dittatori a bruciare i libri“- c’è qualcosa che non mi convince, lo segnalo per amore della verità.

L’articolo 21 della Costituzione garantisce la libertà d’opinione, ricorda Fini. E’ rispettato se la legge “punisce con la reclusione da 2 a 6 anni il negazionismo, cioè l’incitamento all’odio razziale fondato sulla negazione della Shoah, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra?”

E’ una domanda insidiosa, alla quale tuttavia risponde con sicurezza definendo la legge in questione “liberticida”. Qui, a mio parere, occorre fermarsi a ragionare. Cosa significa liberticida? Soprattutto: può essere definita tale una legge che difende la libertà e la vita? L’incitamento all’odio razziale – è questo il punto – non ha diritto di cittadinanza (va punito) proprio perché nega la libertà. E’ strano che a Fini sfugga questo punto.

Se la democrazia non difende (anche) il diritto ad incitare l’odio razziale – osserva – non è più una democrazia, è un’altra cosa. Diviene simile ai regimi totalitari. “La democrazia deve accettare qualsiasi opinione, anche quella che, in un dato momento storico, le pare più aberrante”. Qui vedo un altro elemento di debolezza nel testo. Accostare le leggi dei regimi totalitari con quelle dei sistemi liberali significa non tenere in considerazione il diverso fine degli atti legislativi: nel primo caso c’è la volontà del sovrano (fascista, nazista o comunista) di ridurre la libertà del popolo a vantaggio di pochi; nel secondo, al contrario, c’è l’esigenza di difendere la libertà di molti (i cittadini operanti nella società civile) contro l’intolleranza di pochi, di quanti incitano all’odio razziale, appunto. Non sono differenze di poco conto.

La libertà d’opinione va difesa sempre: “Un principio è un principio – scrive Fini – e, come tale, ha un valore assoluto, se lo si intacca una volta, anche con le migliori intenzioni (…), si sa dove si comincia ma non dove si va a finire”. Sembrerebbe un’affermazione sacrosanta. Indiscutibile. Eppure. John Locke – qualcuno dubita che sia un liberale? – non sarebbe d’accordo. Il filosofo inglese, nell’Epistola sulla tolleranza, difende, con argomenti decisivi che si sono imposti nella cultura Occidentale, la libertà di pensiero. Ma pone qualche limite: parla di religione e libertà di coscienza ma nel momento in cui difende (come meglio non si potrebbe) la tolleranza, osserva che “coloro che negano l’esistenza di Dio non possono essere tollerati in alcun modo.”
Il senso del ragionamento è questo: si tollerino tutte le religioni, tranne la posizione di chi non tollera e rifiuta le religioni. Spostato a oggi, sul piano politico, il ragionamento di Locke è di puro buon senso. Lo riassumo così: la tolleranza va sempre esercitata, certo, ma non con chi è intollerante e vorrebbe sopprimere la nostra libertà e la vita, uccidendoci. Questo principio, lockiano e liberale, difende la legge contro “l’incitamento all’odio razziale”. Assurdo definirla liberticida.

Quanto alla questione del regalo e della diffusione in edicola – con “Il Giornale” – del libro di Adolf Hitler, è vero che solo i dittatori bruciano i libri e quindi il Mein Kampf deve essere pubblicato: serve per conoscere le radici dell’odio e prenderne le distanze. L’evidenziò Montanelli in un articolo su “Il Corriere”, come ricorda Carlo Rovelli. Giusto. Criticabile – a mio avviso – è l’opportunità di regalarlo e diffonderlo in queste ore. E’ l’operazione commerciale e politica ad essere in questione. Placa o alimenta – nel pieno di una campagna elettorale – l’odio razziale dell’estrema destra? E’ questo il tema. Ma di ciò Fini non parla. Continuerò a leggerlo con molta attenzione. Lo stimo. Ma talvolta si può, con qualche ragione, non essere d’accordo con lui.