Ville a Cortina e jet privati, appartamenti e stipendi per centinaia di migliaia di euro ai figli senza che questi abbiano mai messo piede in azienda, auto di lusso e opere d’arte: se ne sono andati così i soldi di Impresa spa, una delle più importanti società di costruzioni italiane specializzata nella realizzazione di infrastrutture, con appalti che vanno dalle autostrade agli aeroporti fino alle metropolitane di Milano, Napoli e Genova, 380 milioni di fatturato, un portafoglio lavori stimato in 1,7 miliardi e crediti per 500 milioni.

L’inchiesta sul crac di Impresa si chiude con 10 arresti e 32 indagati accusati, a vario titolo, di bancarotta, reati fiscali, ricettazione e riciclaggio. E, soprattutto, si chiude con un ‘bucò complessivo di 700 milioni di debiti: soldi in parte sottratti alle casse dello Stato per il mancato versamento delle tasse e dei contributi destinati ai dipendenti e in parte finiti nelle tasche degli indagati. Almeno 25 milioni sono stati rintracciati dagli uomini del Nucleo di polizia tributaria della Gdf. “I soci occulti e gestori di Impresa hanno utilizzato la società – scrive il Gip di Roma Donatella Pavone – unicamente come strumento per un illecito e sempre maggiore arricchimento personale, in spregio alle più elementari norme di gestione e di salvaguardia dei creditori e dei dipendenti e, infine, ne hanno determinato il tracollo”. “Sono state effettuate – dice la Gdf – operazioni prive di qualunque utilità economica, al solo fine di far rientrare i fondi spogliati alla società nei conti personali degli indagati. Un vero e proprio furto ai danni della società”.

Quando nel 2013 Impresa è stata ammessa alla procedura di amministrazione straordinaria, la Gdf ha accertato che l’85% della società era intestata a ‘Liguria costruzionì, a sua volta controllata per il 50% da Raffaele Raiola e per il restante 50% dalla ‘Malou1 srl’, il cui capitale sociale era equamente diviso tra i figli di Vincenzo Maria Greco, Ludovico e Mariagrazia. E proprio Raiola e Greco sarebbero i ‘dominus’ che, con una serie di operazioni finanziarie, hanno spogliato l’azienda: cessione di crediti a favore di società terze a prezzi irrisori (un credito da 10,8 milioni ceduto a 2,1 milioni), acquisizioni e cessioni di partecipazioni societarie a prezzi nettamente superiori o inferiori al valore reale, prelievi di somme pretestuose.

Raiola è stato l’amministratore dal 2005 al 2013 e, scrive il Gip nell’ordinanza che ha disposto il carcere, pur con uno stipendio da 1,3 milioni si sarebbe appropriato di almeno mezzo milione, reinvestito nell’acquisto di una villa a Cortina del valore di 4 milioni. Ma non solo: con i soldi della società avrebbe pagato ‘La Ghibellina’, una barca di lusso, una Aston Martin, un aereo privato per raggiungere la perla delle Dolomiti d’inverno e Panarea d’estate, il contratto d’affitto di un’abitazione a Roma da 90mila euro l’anno. Carcere anche per Vincenzo Maria Greco, ‘o professore’. Coinvolto in Tangentopoli, un arresto per la vicenda del gruppo Epolis – finanziato con i soldi distratti a Impresa -, l’hotel Vesuvio di Napoli come ufficio per ‘ricevere’, Greco non rivestiva alcuna carica societaria ma dava disposizioni su ogni atto da compiere. “Deve considerarsi un dominus occulto della società” scrive il Gip. È lui stesso in un’intercettazione ad ammetterlo: “Io insieme a Raiola…avevamo fatto quella società…che si chiama Impresa.. ho avuto un ruolo ma ovviamente…diciamo così…non ero io…”.

Ed infatti a figurare erano i figli, Ludovico e Mariagrazia. Nei loro confronti il Gip ha disposto gli arresti domiciliari: assunti entrambi in Impresa nel 2003 con uno stipendio iniziale di 60mila euro poi lievitato fino a 210mila euro per Ludovico e 150mila per Mariagrazia (più bonus mensili tra gli 8mila e i 5mila euro), i due hanno accumulato fino al 2013 1,3 milioni e 966mila euro. Senza fare alcunché, come ha rivelato lo stesso Raiola ai pm: “i figli di Greco con Impresa non c’entrano niente e non se ne sono mai occupati. Hanno avuto la retribuzione senza effettuare alcuna prestazione”. “Ludovico Greco – scrive il Gip – non ha svolto alcuna attività professionale..e anzi ha curato unicamente i propri interessi…quali varie compravendite immobiliari e l’organizzazione di serate mondane presso la propria abitazione, con degustazione di vini e sigari di pregio”. Mariagrazia, invece, pensava “alla cucina e alla pasticceria”. Lo dice lei stessa in telefonata con il padre, preoccupata per l’avviso di garanzia appena ricevuto. “Marco (il marito, ndr) me l’ha detto fin dall’inizio che questa cosa non si può fare...l’importante è che non mi condannano, numero uno, e che posso andare avanti con le mie cose del ristorante…no papà, non è che ce l’ho con te, ti devo dire la verità…non è che mi fai passare un guaio….perché io sono una che nella vita deve fare i dolci, quindi capisci che per me questa cosa è tanto di più lontana da me possa esistere, un concorso in bancarotta, non so manco che significa in italiano”