Penelope Cruz. Sì, lei. La signora Bardem è uno di quei “corpi” cinematografici che non finiscono mai di stupire. Non vogliamo di certo pubblicare un’agiografia estemporanea su una star che ha alternato alti (The counselor) e bassi (To Rome with love) quasi da montagne russe. Semmai il senso è quello di evidenziare come Ma Ma – Tutto andrà bene, in uscita giovedì 16 nelle sale italiane per I Wonder Pictures, e diretto da Julio Medem, sia il film che forse le calza più a pennello dai tempi di Volver e Non ti muovere. Un corpo florido e vitale simbolicamente pronto a ricevere ogni frustata dal destino e dalla vita. Una figura al femminile che sembra uscita, anzi che è proprio dentro, incastonata, ad un melodramma sovraccaricato della sua umana e sorprendente voracità di vivere.

Non c’è tempo per introdurre alcunché. Magda (Cruz) è sul lettino del ginecologo. Palpazione al seno positiva, cancro al terzo stadio, chemio. L’ovatta è la luce bianca che filtra dai sogni e dall’irrealtà di alcune sequenze oniriche per attutire sconforto e dramma. Già, perché Magda non fa in tempo (sesto, settimo minuto, non è spoiler) ad andare a vedere il figlioletto al campo sportivo mentre dribbla i ragazzini avversari, che al talent scout Arturo (Luis TosarCella 211, Miami Vice), colui che le ha appena dato la possibilità di sognare e bucare l’iter terrificante della terapia anticancro – il figlio è buono per il Real Madrid -, moglie e figlioletta finiscono gravissime all’ospedale dopo essere state coinvolte in un incidente. Presa una direzione, infilata l’autostrada del dramma, fatta accomodare la morte, dilatando tutto all’inverosimile e al comprensibile, singhiozzi e fazzoletti, pacchetti interi non singole unità, il film di Medem non frena più ogni possibile disgrazia. Ed è qui che il miracolo performativo/artistico della Cruz si compie.

Se Medem prova a stipare tutto il magmatico magnetismo di caso e scrittura verso un destino che non lascia scampo, ripetendo le regole alla lettera del melodramma che non deve concedere scappatoie; un Raffaello Matarazzo touch con sinfonia di Alberto Iglesias e feticismo kitsch tipico del nostro (il capezzolo in lattice o il cuore pulsante tanto vicine alle allegorie di Lucia y el sexo – 2001); è l’attrice spagnola a proporre il proprio campionario di realismo popolano tra Anna Magnani e Sofia Loren. Nessun sacrilegio. Il corpo di “Pe” subisce ma reagisce. Il seno asportato, cicatrici, capelli che cadono, la parrucca, la pancia che cresce per l’improvvisa maternità. Tutto esibito con naturale nudità. La silhouette Cruz è in continua, perenne trasformazione e cambiamento. E ancora: un corpo che si fonde con un’anima normale, donna di tutti i giorni, diva che ciabatta, mamma che impara le regole del calcio ed esulta come tutti davanti ai gol della Spagna (contro l’Italia). Magda/Cruz che è, infine, ruolo ed identità contemporanea, anche se il film è ambientato nel 2012, insegnante precaria, vicina alla disoccupazione, fila infinita per una mammografia come la signora della porta accanto.

Il camouflage dell’attrice raggiunge il suo apice quando, fateci caso, se vedrete Ma Ma, gioisce con un paio di espressioni del viso per il sesso del nascituro. Semplicemente una e trina. I suoi ruoli perfetti sono quelli da madonna del mediterraneo più che da madrina perversa hollywoodiana. È questo il suo destino professionale. Sul davanzale di Ma Ma ad annaffiare piantine, a sfornare marmocchi, ad esalare l’ultimo respiro, come se fosse, statuaria, stagliata e stampata sullo sfondo e dall’alto, viva per sempre. Corpo cinema totale, assolutamente irraggiungibile da nessuna star femminile di oggi.