La seconda stagione di Gomorra, la serie cult di Sky ispirata al libro di Roberto Saviano, si chiude con un finale pieno di intensità. Un doppio episodio narrativamente forse più debole dei precedenti, ma con un duello finale che cita e omaggia il western all’italiana. C’è il vento che sibila tra le cappelle del cimitero, c’è lo scontro di sguardi tra don Pietro Savastano e Ciro l’Immortale. È il redde rationem, il momento tanto atteso di una resa dei conti che non poteva più essere rimandata. In quei pochi secondi, in quelle due battute scarne eppure taglienti come una lama affilata, c’è tutta l’eccellenza di un prodotto televisivo di qualità mai vista prima in Italia. Lo abbiamo già scritto, lo hanno già scritto in tanti, ma fa bene ribadirlo ancora una volta, perché la serialità televisiva italiana (che prima abbiamo chiamato sceneggiato e poi fiction) ha in Gomorra il proprio spartiacque. Ci sarà sempre un pre e un post Gomorra, perché niente è più come prima.

Ogni duello che si rispetti pretende un cadavere al suolo alla fine. Fino a questo punto dell’articolo non lo abbiamo ancora scritto, chi è il personaggio che lascia la serie nell’unico modo possibile: con un proiettile in testa, con gli occhi sbarrati che fissano l’infinito di una mentalità criminale senza scrupoli né anima. Da adesso in poi, però, non possiamo più tacere. Da adesso in poi trattasi di spoiler, dunque siete ancora in tempo a chiudere la pagina. A restare senza vita è Pietro Savastano, il boss dei boss interpretato magistralmente da Fortunato Cerlino. Era scritto, un po’ ce lo aspettavamo. La rottamazione camorristica del finale della prima stagione era stata messa in discussione nella seconda, ma l’epilogo non poteva che essere questo.

Forse, però, non ci aspettavamo la proverbiale “goccia che fa traboccare il vaso”, l’omicidio più insopportabile e odioso tra i tanti che abbiamo visto nella serie di Sky. Malammore, braccio destro di Savastano, uccide la figlia di Ciro, una bambina. È il momento più difficile delle due stagioni. E non c’è spazio per espedienti narrativi all’americana, non c’è pentimento, non c’è il dito che si ferma sul grilletto all’ultimo istante. Malammore cede solo a un rito pseudoreligioso (bacia il crocifisso d’oro che porta al collo), esempio del rapporto distorto che esiste tra criminalità organizzata e fede, ma poi fa quello che deve fare. Spara.

Su Twitter parte subito la reazione indignata. “Non guarderò mai più Gomorra!”, “Questo è troppo”, “Avete perso 10mila punti”. Una reazione che forse sarà stata mitigata dalla vendetta finale di Ciro, ma che comunque non capiamo e che troviamo profondamente sbagliata. Da quando Gomorra è in onda, su giornali e siti imperversa la polemica sul favore che la serie farebbe alla camorra, innescando un rischioso effetto emulazione. Ebbene, quell’omicidio così odioso e raccapricciante è la prova che Gomorra non fa nessun favore alla criminalità organizzata. Al contrario, mostra il vero volto dei clan, che non hanno morale, non hanno scrupoli e in nome del denaro e del potere non risparmiano neppure una bambina innocente. Gomorra mostra la verità, ce la sbatte in faccia senza fronzoli o giochini da film americano. E chi minaccia di non guardare più la serie, evidentemente della serie ha capito poco. In realtà dovremmo ringraziare Roberto Saviano, Stefano Sollima e i bravissimi attori Salvatore Esposito, Marco D’Amore e il monumentale Fortunato Cerlino (che ci mancherà assai il prossimo anno), perché raccontare la verità non è mai sbagliato. Mai.