Continuiamo con il tentativo, avviato a ridosso delle votazioni, di estrapolare il dato politico di un’elezione locale per poi estenderlo a una dimensione più generale.

A Tagliacozzo (il nostro caso di specie) ha vinto per poche decine di voti la lista con guida a destra con qualche pennellata di ritocco che, dalla originaria collocazione rossa, si è stinta in rosa. Vi è confluito il Pd, i cui rappresentanti hanno sfilato nei vari incontri a mostrare il proprio appoggio: dalla senatrice Pezzopane al livello più basso dei vari esponenti di punta della Regione, fino ai piccoli dirigenti locali che si sono accontentati di una minima rappresentanza in lista.

È vero che intorno al nuovo sindaco si è mosso un nutrito gruppo di giovani che già da anni facevano attività e che, gettatisi con entusiasmo nella lizza, hanno ottenuto un buon risultato. Ma mai avrebbero potuto sperare in una vittoria se la loro lista non fosse stata supportata da alcuni grossi portatori di voti. A ben guardare, si sono magicamente ritrovati dalla stessa parte tutti i principali protagonisti delle stagioni democristiane degli anni 80-90. Tra i più votati, il figlio del vecchio sindaco, che dominò la scena per almeno un ventennio. Dopo giovanili dubbi trascorsi missini, si è ritrovato a capo della segreteria del Pd, da cui piano piano gli ex comunisti sono fuoriusciti per andare a confluire nelle truppe di Fassina. A muovere le fila c’è anche l’antico segretario della Dc, che ai tempi lavorava a una difficile mediazione tra le opposte correnti interne al partito; da allora è sempre riuscito a mantenersi organico nel dissenso. C’è l’allora assessore alla Cultura, a sua volta diventato sindaco più recentemente.

E ci sono altri elementi di spicco della Dc di allora.

Una polemica che ha particolarmente acceso gli animi durante la campagna elettorale è stata quella, sollevata in un comizio, secondo cui buona parte dei medici del locale ospedale hanno fatto propaganda a sostegno della stessa lista. In effetti, da una semplice analisi storica si evince quanto sia influente quel nosocomio nella politica locale: da quasi mezzo secolo (più o meno da quando fu istituito) è la prima volta che a contendersi la carica di sindaco non sia qualcuno che, in qualche modo, non esca da quello che costituisce indubbiamente un centro di potere (seppur nei limiti della realtà locale e certamente legittimo).

Ad un soffio dalla vittoria è arrivata la lista con guida a sinistra e rappresentanti di varia appartenenza, che l’hanno resa “genuinamente civica”. Grande entusiasmo e nutrita partecipazione di giovani, senza padroni né padrini, fanno di quest’esperienza un qualcosa che non accenna a spegnersi e mira a gettare solide basi per il futuro, sempre se saprà mantenersi unita.
Terza classificata la lista messa su dall’ex sindaco dopo le ben note vicende giudiziarie. Aveva l’anima berlusconiana e l’appoggio dei rappresentanti sovra-comunali di F.I. Esattamente come quella di Berlusconi sembra una parabola avviata verso un inesorabile e “meritato” declino, da cui è difficile che politicamente possa rialzarsi. Una graduale uscita dall’agone potrà consentirgli maggior serenità nella cura delle proprie faccende personali.

Il Movimento 5Stelle, così come avevamo previsto, nonostante la buona candidata a sindaco si è dimostrato del tutto irrilevante, come succede quando nelle elezioni amministrative si presentano liste scarsamente calate nella realtà locale.

Il salto dal livello locale a quello nazionale è implicito. Nella compagine che ha vinto si notano i germogli di quello che dovrebbe essere il “partito della nazione”. Riguardo in particolare alla Dc, non nuoce ricordare che sono inconfutabilmente democristiani il Presidente della Regione Abruzzo (e quelli di altre regioni, specie al Sud), il Premier e la sua principale spalla (più giovani ma comunque cresciuti in quel brodo), l’ex Presidente del Consiglio e poi tutta una serie di esponenti della classe dirigente di vari ambiti, su su fino ad arrivare al Presidente della Repubblica.

L’amara conclusione dovrebbe essere che siamo di fronte all’ennesima dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, del ridondante “moriremo democristiani”. Eppure, qualche margine di speranza desta la sconfitta sul fil di lana del caso di partenza della nostra analisi e la constatazione che in contesti più ampi e meno arretrati il vento sta veramente cambiando.