Sei vecchio. Sì, questo è un inconfutabile dato di fatto. Sei vecchio. Sei andato a San Siro per il cinquantennale dei Pooh carico di ogni sorta di benevolo pregiudizio. Benevolo perché, in fondo, i Pooh ti sono sempre stati simpatici. Questo essere un po’ eccessivi, come gli acuti di Roby, come il colore dei capelli di Dodi, come i vestiti di colori esibiti durante i concerti, come le storie di amori esuberanti raccontate in così tante belle canzoni. Le belle canzoni, ecco, sei arrivato a San Siro, hai ironizzato sull’età media piuttosto altina del pubblico, sul fatto che ci sia così tanta gente, circa cinquantamila persone che sono accorse da tutta Italia per sentire le canzoni dei Pooh, canzoni pop, che però poi ti sei ritrovato a cantare a memoria.

La prima in scaletta, Giorni infiniti, poi la seconda, Rotolando respirando, con quelle voci sui ritornelli che ti danno ancora la pelle d’oca, poi la terza e via via, praticamente tutte, tutte belle canzoni, certo non di quelle che metteresti in una playlist da esibire con orgoglio con gli amici o con i lettori, perché dei Pooh, in effetti, non si vanta nessuno, manco i colleghi dediti ogni due per tre a marchette, perché ma dovresti cominciare tu? Vabbeh, ma almeno le esibizioni saranno vecchie, barocche, con tutti quei fuochi e fumi e effetti speciali tipiche dei Pooh, ti eri detto entrando nello stadio, imponente, gigantesco, già mezzo pieno, loro lo sono vecchi, tutti intorno ai settanta, e due, Stefano D’Orazio e Riccardo Fogli, tornato nella band dopo quarantaquattro anni, saranno pure fuori allenamento, ti ripeti cercando di convincertene, perché da un po’ fuori dai giochi. Invece no, cavoli, ammetti già alla terza canzone che i Pooh sono una incredibile macchina da guerra e lo spettacolo e davvero uno spettacolo, niente fuori posto.

Loro, I Pooh, sono massicci come una band rock, ma di rock americano, inglese, insomma anglosassone. Massicci, impeccabili, voci che si intrecciano come fossero spuntati sul palco di San Siro direttamente dalla West Coast degli anni Sessanta o Settanta. Musicalmente ineccepibili. Rasoiate di chitarra, ritmica pompata manco fossero gli Ac/DC, che non sono né inglesi né americani, ma rendono bene l’idea. Ecco. Mentre li senti pensi agli Ac/DC. Lo fai e ti penti subito, perché lo sai che ti stai inerpicando per un sentiero pericolosissimo. Di più sai che il sentiero ti porterà in un burrone dal quale ti stai, sostanzialmente, buttando tu, da solo. Suicidio consapevole. Ma pensi agli Ac/DC. Perché, pensi, come loro i Pooh sono artisti che hanno attraversato mezzo secolo di vita, cambiando formazioni, il ritorno di Fogli e anche quello dell’ultimo transfuga D’Orazio lo dimostra, toccando il pop di chiara matrice beat all’inizio, passando per il prog ai tempi di Parsifal, ovviamente riproposto stasera, e via via, cambiando pelle a seconda di cosa stava succedendo intorno, senza mai perdere identità e soprattutto senza mai perdere un modo di racconta le storie in maniera semplice, diretta, senza finzioni.

E se nel prepararti a questo evento hai pensato a Brian Johnson che ha dovuto defezionare per problemi alla voce, e ci hai pensato perché hai ancora nelle orecchie lo strazio del loro passaggio a San Remo, e perché, ma questo deve essere un tuo serio problema psicologico, di quelli che manco uno bravo riuscirebbe a curare, quando hai saputo che c’era anche Riccardo Fogli, uno che lasciati i Pooh non è che abbia esattamente lasciato un segno indelebile nella storia della musica leggera italiana e i più se lo ricordano per la storia con Viola Valentino, o almeno per quello te lo ricordi tu, e appunto sapendo che stava tornando Riccardo Fogli hai pensato a Axl Rose che subentra a Brian Johnson e l’immagine di Riccardo Fogli imbolsito con i dreadlocks raccolti sotto la bandana che canta Live or let die tu ha accompagnato per tutto il giorno e non è stato un bel momento della tua vita.

Hai pensato agli Ac/DC per il motivo sbagliato, invece, perché esattamente come gli Ac/DC visti a Imola i Pooh tengono il palco come gente che, i fondo quel palco lo ha vissuto per più tempo di quanto tu non abbia passato su questa terra, e di tempo in questa terra ne hai passato pure parecchio. Tutti bravi, Roby, Dodi, Red, Stefano e pure Riccardo Fogli, non sempre presente sul palco, ma presente abbastanza da lasciare un segno, stavolta, non fosse altro che per gli acuti incredibili presi proprio al suo ingresso, durante Nascerò con te, o per il bell’intermezzo acustico, durante il quale ha cannato In diretta nel vento, donando quelle imperfezioni a uno spettacolo altrimenti addirittura troppo perfetto.

Tutti bravi, talmente bravi che le canzoni hanno ancora le tonalità originali, fatto che li distingue da tutti i colleghi, senza eccezioni. Cinquanta anni di carriera, questo si festeggia in questo ultimo tour prima dello scioglimento, The Last Waltz in salsa italiana. Cinquanta canzoni, tante ne hanno suonate, quasi tutte dal repertorio dello scorso millennio, canzoni che, nonostante tu non ascoltassi i Pooh probabilmente da prima che la musica diventasse il tuo mestiere, conosci parola per parola, acuto per acuto. Qui, dentro un San Siro che canta all’unisono tutto come fosse un sol’uomo arriva a piacerti anche Uomini soli, con la sua retorica un po’ da supermercato. Anzi, proprio questa retorica da supermercato, retorica che, da adulto hai rifuggito come la peste, come certe rime che hai considerato ingenerosamente scontate, certe storie da cui hai preso le distanze, esattamente come un qualsiasi protagonista delle loro canzoni, qui, mentre la Scala del calcio si illumina di smartphone ti commuove.

Sei vecchio, ti dici, gli occhi lucidi, sei vecchio ma, come i Pooh riuniti al gran completo qui, a eccezione del l’ormai scomparso Valerio Negrini, ricordato durante Domani, autore di quasi tutti i testi, sei vecchio ma come i Pooh sei vivo. Sei vivo e canti L’altra donna, Pierre, Notte a sorpresa, Dove stai domani, La mia donna, Noi due nel mondo e nell’anima, Il cielo è blu sopra le nuvole, Tanta voglia di lei, Io sono vivo, Ci penserò domani. Ecco, ti dici, al fatto che sei vecchio ci penserai domani, intanto ti godi, finché ancora continueranno a suonare, questi vecchi leoni. Nessuno, ti dici, fermerà la musica, finché si è vivi.