Io non sono leghista, ma. Io non sono grillino, ma. Nessuna alleanza, nessun accordo, apparentamenti zero, buongiorno e buonasera. “C’è un sentimento comune”, dice Roberto Maroni, il M5s “mi ricorda un po’ quando abbiamo iniziato noi della Lega“. Ma no, interviene Sibilia del direttorio, ricordatevi che “il M5S non fa alleanze con nessuno, chi dice il contrario sa di dire cose per pura fantasia, mentre non è fantasia l’alleanza del Pd con Alfano e Verdini“. “I cittadini sono liberi” insiste Matteo Salvini, ma lui “di principio” sostiene i candidati dei Cinquestelle. “L’importante è che non votino il Pd” riprende Maroni. Perfino Brunetta che ai grillini negli anni ha urlato fascisti, filomafiosi, ora si mette in posa e spiega che “al contrario dei renziani che trasudano mediocrità, questi giovani dei Cinquestelle rappresentano una vera ventata di novità per la politica”. E’ Roma, ma sembra Livorno. E’ Torino, ma sembra Parma. Uno vale uno, tutti contro uno. In ordine sparso, ma nella stessa direzione. Marciare divisi, eccetera: si evita di citare Mao (che poi in realtà era un altro), ma la paura del Partito democratico è proprio quella. Le elezioni comunali come un entrée 4 mesi prima del referendum: se le comunali non hanno un significato politico nazionale, ce l’ha però – per volere di Renzi stesso – il voto sulle riforme costituzionali. Lo schema, da qui a ottobre, si ripeterà. Renzi come Lady Cocca: di corsa verso la meta con tutti addosso e gomitate di qui e di là. Per il momento resta prudente: “Per il ballottaggio alle amministrative dicono forse si perde, forse la destra si riorganizza, mah… Insomma…”.

Post-it numero 1. A Livorno andò così: al ballottaggio il Pd si presentò con il 39 per cento del primo turno, Nogarin aveva il 19. Buongiorno Livorno, lista di m5s livorno 675sinistra, arrivò terza di poco e così si riunì in assemblea: cari soci sostenitori, volete appoggiare il Pd? Risposero di no in 231 su 261, a patto che Nogarin non accettasse apparentamenti con la destra. Nogarin non li accettò, eppure c’è una foto che lo perseguita dalla sera del trionfo, quella dei bandieroni a Cinquestelle che ondulavano dalle scalinate di Palazzo Civico: in quell’immagine il sindaco appena eletto dava una vigorosa stretta di mano a Marcella Amadio, storica esponente di Msi, An, Pdl e ora Fratelli d’Italia, amica di Gianni Alemanno, che al primo turno aveva messo insieme un gruzzoletto del 4 per cento. “Finalmente, per la prima volta, posso dire che questo sindaco è anche il mio – disse la Amadio – Questa è la notte più bella della mia vita perché sostanzio una vita di opposizione a questo regime del Pd”. Sei mesi più tardi si ricrederà: “Nogarin è troppo di sinistra”, ma solo perché il sindaco voleva mettere la bandiera del Pci – nato a Livorno – nel museo cittadino.

Federico Pizzarotti è sindaco di Parma, grillini in festaPost-it numero 2. A Parma, l’origine della specie, andò così: al ballottaggio il Pd si presentò con il 39 per cento del primo turno, Pizzarotti aveva il 19. Nessun partito dette indicazione di voto. Ma all’ex sindaco Elvio Ubaldi – tra i simboli della stagione di macerie della città – scappò un mezzo endorsement, le sue liste civiche di centro e la stessa Forza Italia ebbero parole di apprezzamento per il carneade sfidante dei democratici. Secondo l’istituto Cattaneo successe una cosa semplice: al Pd tornarono gli stessi voti del primo turno, non uno di più. Ai Cinquestelle finirono i voti degli elettori di tutti gli altri candidati, dalle liste civiche ai democristiani di Ubaldi, ma anche tra chi al primo turno non si era nemmeno presentato alle urne.

“Votare Cinquestelle – dice Maurizio Gasparri – è l’ultima cosa che si possa fare al mondo e molti di noi non la faranno mai”. Sarà, ma se è già storia che i Cinquestelle hanno conquistato i loro 21 Comuni anche grazie a quella che loro chiamano “trasversalità” (né di destra né di sinistra, le idee sono idee e basta, la frase di Casaleggio alla quale sono più affezionati), ora si fa strada anche un significativo “viceversa” che riguarda Milano più che Bologna, dove pure il Partito democratico è uscito malconcio dalle urne.

salviniSalvini parla di sostegno libero ai Cinque Stelle dove non c’è la Lega senza “chiedere in cambio nulla”. Ma è proprio a Palazzo Marino che pensa, mentre lo dice. Sala e Parisi se le sono date, sono quasi pari e in giro restano solo i voti del 13 per cento dei grillini. Così è proprio il candidato del centrodestra, capace dell’impresa di far scomparire la coalizione un po’ sgangherata da Passera al direttore di Radio Padania, a fare canti da sirena: “I 5 Stelle sono un movimento, è un voto di opinione. Ovviamente noi siamo il nuovo, siamo il cambiamento rispetto a Sala che invece è la continuità con la giunta Pisapia. Io personalmente sto rinnovando anche a Milano il centrodestra e la politica. E’ probabile che chi ha votato il M5s guardi a noi, però non è un tema di accordi. Rispetto anche il metodo di lavoro dei 5 Stelle, che non è un metodo di lavoro da politica classica”. Parole concilianti, di tutela dell’identità del Movimento, la prima regola per rapportarsi – “sulle cose” – con i Cinquestelle.

Così perfino Dario Fo, il nume tutelare, sgancia qualche bottone: a Milano, scandisce, “non so chi voterò, sono molto perplesso, per paradosso, la voglia è quella addirittura di arrivare a votare per la destra pur di levare di mezzo uno che ha fatto tutta la campagna senza dire come ha speso i soldi, come ha realizzato la grande kermesse l’Expo e come è il debito e quanto si è perduto in questa operazione”. Dal premio Nobel all’ex ministro di Berlusconi: “Un accordo tra partiti no” spiega Brunetta. Prima di assicurare che terminerà un rinfresco per una comunione vicino ad Amalfi e poi correrà a votare scheda bianca, “un voto contro il Pd“. Unica eccezione, almeno rispetto ai centristi e alla destra, è Torino, dove il sindaco uscente Piero Fassino se la gioca con la candidata M5S Chiara Appendino. Qui l’ex governatore Enzo Ghigo e l’ex vicepresidente Roberto Rosso hanno già reso pubblici i loro apprezzamenti per Fassino. Il candidato di Forza Italia, Osvaldo Napoli, ha addirittura fatto filtrare una massima: “Tra un chirurgo esperto e un medico giovane, mi farei curare dal primo”. Salvo poi ingranare la marcia indietro e lasciare libertà di voto.