Cosa succederebbe se anche Matteo Renzi si mettesse a dipingere come fa il primo ministro albanese Edi Rama? Forse le sue quotazioni in un Pd allo sbando salirebbero n’anticchia? Il disegnare, lo scarabocchiare su carta da ufficio, su scarti di fax o sull’agendona di governo aiuta Rama nella concentrazione. E lo fa anche durante riunioni, summit e vertici internazionali. Ormai tutti lo sanno e nessuno si offende. Il premier le chiama “concentrate fantasticherie” e lo aiutano a prendere importanti decisioni.

Edi è volato a Napoli per la sua prima mostra personale in Italia. E ha scelto il suo gallerista di riferimento, Alfonso Artiaco. O forse è Artiaco ad aver scelto lui, visto che è uno che maneggia arte contemporanea da 30 anni, assai prima che aprire una galleria diventasse di moda. Come Sofia Loren anche Alfonso è nato a Pozzuoli, non lontano dai fumi della Solfatara, e il suo Comune lo ha voluto assessore alla cultura all’ultima legislatura. Un verace intreccio political artistico può dare risultati inaspettati. Piazzetta Nilo, nel ventre della Napoli storica fra un Cristo Velato, un bassorilievo di Donatello, la Chiesa aragonese di San Domenico Maggiore e una sfogliatella di Scaturchio, alle 8 di sera pullula di vita: c’è un comizio in vista del ballottaggio e passa una processione della Madonna. Al terzo piano del settecentesco palazzo il premier stringe mani, afferra una pizzetta e si lascia selfizzare. Mentre i suoi ghirigori a prezzi decisamente popolari (da mille euro in su) vanno a ruba.

Poi, davanti a un Vesuvio da cartolina, si lascia andare a un agrodolce amarcord: “Erano gli anni della dittatura, della feroce repressione comunista. Un mio compagno di idee, lui decisamente più dissidente di me, fu torturato e si fece 14 anni di carcere perché – spiega – a casa gli trovarono il disco di Nicola di Bari ‘Vagabondo’ e la copertina di non ricordo più quale disco di Joe Cocker, un regalo lasciato incautamente da uno dei rarissimi turisti che a quei tempi giravano a Tirana. Secondo il partito, ‘Vagabondo’ aveva un contenuto rivoluzionario”.

Con il crollo del comunismo comincia la glasnost albanese e il nuovo clima politico di “trasparenza” contagia Rama che si associa ai primi movimenti democratici. Nel 1994, appena trentenne, (fino ad allora aveva coltivato la sua passione per la pittura in gran segreto) lascia Tirana, si trasferisce a Parigi dove finalmente può fare l’artista senza bisogno di nascondersi.

Dopo la parentesi bohèmien, ritorna in Albania nel 1998 e poco dopo comunica alla madre che il nuovo governo gli ha offerto la poltrona di ministro della cultura. Lei lo guarda incredulo e gli dice: “Figlio mio, non stai bene? Vai a riposare…”. Invece, due anni dopo sarà anche eletto sindaco di Tirana (tre mandati). E dal 2013 è primo ministro dell’Albania. È amico di Renzi. “Gli ho mandato un sms…”. Visto che lo dice lui, oso chiedere: “Cosa ha risposto il nostro premier?”. Mi guarda dritto negli occhi e per attimo perde il suo aplomb salottiero conversativo: “Lei scrive per ilfattoquotidiano.it, non glielo posso dire…”. Incasso, mentre affondo la forchetta nel babà al rhum.

Dopo pizza e mandolino da grand tour, Alfonso e Rama volano ad Art Basel (a Basilea, in Svizzera) che debutta il 16 giugno, ma in realtà le preview delle preview per i più vip dei vip cominciano già dal 10. “Per noi galleristi è come la notte degli Oscar – dice ruspante Artiaco – ci giochiamo la reputazione”. Per Rama che si confronta con i big, big, big è come se fosse invitato al G8 dell’arte. Per lui, in fondo, governare l’Albania è la più alta forma di arte concettuale. Questo glielo diciamo noi a Renzi.
@januariapiromal