“Nessuno ha visto la minore fuori dal centro sportivo; nessuno ha visto l’imputato e nessuno ha visto il mezzo dell’imputato”. La difesa di Massimo Bossetti, accusato dell’omicidio della 13enne di Brembate di Sopra Yara Gambirasio, cerca di smontare la ricostruzione dell’accusa al processo che si sta celebrando davanti ai giudici della corte di Assise di Bergamo e tenta di proporre piste alternative che scagionino il muratore di Mapello: come quella di un furgone bianco e un molestatore in azione nelle stesse ore in cui Yara era nel centro sportivo di Brembate dove il 26 novembre 2010 si perdono le sue tracce. Di sicuro, ha detto l’avvocato Paolo Camporini (nella foto) durante la sua arringa conclusiva prima della sentenza che dovrebbe arrivare i primi di luglio, “dove si è cercato qualcosa contro Massimo Bossetti non si è trovato niente”.

Dagli esiti degli accertamenti sulle sferette di metallo trovate sul corpo e dal fatto che nessuna traccia di Yara sia stata trovata sui mezzi a disposizione di Massimo Bossetti verrebbe fuori “tutt’altra storia” rispetto a quella ipotizzata dalla Procura che ha chiesto la condanna all’ergastolo. Nell’interpretazione degli esiti delle analisi della difesa, emergerebbe, infatti, che “quella ragazza è stata aggredita altrove, è stata portata in un altro posto in cui il corpo è stato avvolto”. “Si tratta di tutt’altra storia – ha scandito l’avvocato Camporini – vi è un altro luogo, vi è l’ipotesi della presenza di più persone. Questo comporterebbe tutt’altra indagine”. L’avvocato ha fatto rilevare come sull’Iveco Daily di Bossetti “non è stata trovata nessuna traccia di sangue”. “E’ una dato significativo al massimo – ha sottolineato l’avvocato -. Il sangue non si cancella, anche dopo anni”.

L’avvocato ha fatto poi riferimento a testi “attenti” che riferirono di quel 26 novembre del 2010 quando Yara scomparve per essere trovata cadavere esattamente tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola. Camporini ha anche ricordato che una fisioterapista che lavorava nel centro sportivo quel pomeriggio fu molestata da un uomo. “In un processo normale questo ne farebbe l’indiziato numero uno – ha argomentato il legale – c’è stato detto che sono state fatte indagini, ma non possiamo accontentarci di questo”. Il legale ha ribadito che quelle della vittima e dell’imputato erano “esistenze parallele“. “Massimo Bossetti, fin dall’inizio, ha scelto la strada della sincerità: avrebbe potuto dire che si conoscevano e, quindi, che il dna poteva derivare da un contatto e invece è un testone, bergamasco, un crucco: non l’ha mai vista né conosciuta”.

Intanto l’Ordine nazionale dei giornalisti esprime in una nota solidarietà ad alcuni colleghi che seguono il processo che sono stati minacciati e insultati. “Da alcune settimane sono purtroppo sempre più frequenti le offese, le minacce di morte e di aggressione espresse tramite i social network e via web ad alcuni giornalisti che stanno seguendo il processo a carico di Massimo Bossetti, imputato per l’omicidio di Yara Gambirasio”. “Episodi di questo tenore – si legge nella nota – sono stati segnalati in particolare da Carmelo Abbate, giornalista di Panorama e opinionista della trasmissione televisiva ‘Quarto Grado‘, e dai giornalisti della redazione del settimanale Giallo, presi di mira soprattutto su Facebook da sedicenti gruppi di sostegno a Massimo Bossetti. Le minacce sono state spesso corredate dalle fotografie del direttore, del caposervizio e dei giornalisti e sono state manifestate anche pubblicamente davanti alla cronista che segue le udienze”.  L’Ordine nazionale dei giornalisti “esprime piena solidarietà ai colleghi e sollecita l’intervento delle autorità competenti affinché ai giornalisti sia consentito di poter continuare a svolgere il loro lavoro per garantire ai cittadini il diritto ad essere correttamente informati”.