Siamo un paese di morti. Non in senso figurato, ma proprio reale. Ce lo dice l’Istat con una fotografia che consegna alle cronache un dato inequivocabile: l’Italia è quel paese dove i decessi superano le nascite, con un trend inarrestabile da 2008. Nel corso del 2015 sono state registrate 485.780 nascite e 647.571 decessi . Questo vuol dire che il saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti, è negativo di 161.791 unità. Un divario così ampio non si registrava dal biennio 1917-18, ma allora era in corso la prima guerra mondiale.

Al contrario, invece, aumentano il numero di bambini con cittadinanza italiana nati all’estero (più di 20mila nel 2014 e circa 25mila nel 2015), che va di pari passo con l’aumento dell’immigrazione italiana (circa 147mila persone hanno lasciato il nostro Paese nel 2015, di cui oltre 100mila di cittadinanza italiana) e con il rallentamento dell’immigrazione dall’estero.

Questi dati disegnano l’immagine di un paese in cui nessuno vorrebbe stare e nessuno vorrebbe nascere. In primo luogo, ci dicono che l’Italia ha un divario tra natalità e mortalità equiparabile alla prima guerra mondiale; in secondo luogo, che se in Italia non si fanno figli, al contrario gli italiani li fanno, ma all’estero. Infine, che a breve rimpiangeremo di essere stati il paese dei migranti e resteremo al massimo il paese del passaggio dei migranti.

Le ragioni di questo scenario sono sotto gli occhi di tutti, ma il disastro ancora no. Il disastro si percepirà nel tempo, quando ci abitueremo a non avere gli asili perché tanto i bambini saranno pochi e quindi varrà ancora meno la pena investire; quando non avremo più un consultorio aperto, perché la salute riproduttiva della donna sarà una branca di serie b; quando non avremo più giovani e per quei pochi che resteranno, l’Erasmus sarà un biglietto di sola andata (e come biasimarli?).

L’Italia non è pronta per le mamme lavoratrici, ma neanche per i figli di queste mamme, per i nonni che sopperiscono stanchi al welfare mancante, per i docenti demotivati dentro una “buona scuola” che di buono ha solo il nome. Anche i sindaci che tra 15 giorni verranno eletti non potranno non tenere conto di questa sconfitta demografica, ma anche sociale ed economica. Non potranno non tenere conto che nelle città che andranno a governare i bambini non nascono e i giovani non ci sono e, se ci sono, possono morire a 16 anni di overdose nei sotterranei di un ospedale pubblico abbandonato.