Nella politica internazionale capita spesso che le conseguenze di determinate decisioni si manifestino nell’arco di secoli. È il caso di Papa Alessandro VI che venne chiamato a negoziare tra i due neonati imperi coloniali di Spagna e Portogallo e che mai avrebbe potuto immaginare che a più di cinquecento anni di distanza la sua scelta potesse influenzare ancora oggi il destino di centinaia di milioni di latinoamericani.

L’anno era il 1494 e i regni di Spagna e Portogallo avevano avviato una massiccia esplorazione (con conseguente espansione) oltremare e l’eventualità di una guerra tra le due potenze era concreta. Alessandro VI, meglio noto come Rodrigo Borgia (padre dell’ancor più noto Cesare Borgia) aveva stabilito una prima linea di demarcazione un anno prima, ma il Re del Portogallo la giudicava troppo favorevole per la Spagna e chiese a Re Ferdinando di rinegoziarla con la mediazione del Papa.

Alla fine si giunse a un accordo il 7 giugno 1494 a Tordesillas e i contraenti tracciarono una linea verticale sulla mappa del mondo allora conosciuto a 370 miglia da Capo Verde, isola africana in mano al Portogallo. Il mondo veniva dunque diviso in due parti: tutto ciò che si trovava a Ovest andava alla Spagna, mentre tutto ciò che era a Est al Portogallo; entrambi i regni erano a loro volta chiamati a evangelizzare quelle nuove terre nel nome della Chiesa di Roma.

La “raya”, la linea di confine tracciata, sancì le rispettive strategie coloniali. La Spagna si concentrò sull’esplorazione e sull’espansione nel nuovo continente, che portò alla scomparsa degli Imperi Atzeco e Inca, mentre il Portogallo diede iniziò alla creazione del suo impero commerciale in Asia, che al suo apogeo partiva dallo Yemen e terminava in Giappone. Delle vestigie dell’Impero Portoghese in Asia oggi non rimane granché e l’ultimo avamposto, Macao, è stato restituito alla Cina nel 1997, mentre la sola nazione asiatica che oggi parla portoghese è la minuscola Timor Est.

Tuttavia il Trattato di Tordesillas portò a un ulteriore e inaspettata conseguenza per tutte e tre le parti in causa. Nel 1494 infatti l’esplorazione delle Americhe era appena cominciata e sia la Spagna, sia il Portogallo, al tempo ignoravano che l’estrema propaggine orientale della costa sudamericana si estendesse ben oltre la linea della raya. Fu solo nel 1500 che quelle coste vennero scoperte dall’esploratore Pedro Álvares Cabral, e proprio grazie al Trattato di Tordesillas, il Portogallo si ritrovò con un proprio, legittimo, avamposto nel continente americano. Ebbe dunque inizio la storia del Brasile, (enorme) isola linguistica portoghese in un’America Latina che altrimenti avrebbe parlato compattamente in spagnolo.

La Spagna dal canto suo si prese una parziale rivincita in Asia colonizzando le Filippine nella seconda metà del Cinquecento, nonostante la loro collocazione geografica nella sfera d’influenza del Portogallo il quale tuttavia sarebbe stato assorbito di lì a pochi anni dalla dinastia spagnola dando vita all’Unione Iberica, una stagione che perdurerà per sessant’anni e che congelò ogni strategia coloniale portoghese indipendente ponendo fine alla fase di espansione dei lusitani in Asia.

A Inghilterra, Francia e Olanda videro vietata per almeno un secolo, qualunque tipo di espansione nelle Americhe proprio da Tordesillas. Fu solo l’avvento della riforma protestante e soprattutto la crisi di Spagna e Portogallo che consentì a questi paesi di insediarsi stabilmente in America. Ormai però gran parte del continente era già sotto il controllo di spagnoli e portoghesi, così ai nuovi arrivati non restava che la selvaggia parte settentrionale da esplorare e colonizzare. Se in America dunque si parla inglese e francese solo dal Rio Grande in su, esclusa qualche sporadica isolette linguista nella regione della Guyana e in Belize, parte del merito o della colpa, è da attribuire al buon Alessandro VI.