Ognuno ha le proprie madeleine. Io, per dire, l’altro giorno ho ricevuto un comunicato stampa che diceva: i Finley tornano con una cover de Il mondo di Jimmy Fontana, e subito mi sono sentito proiettato in un passato prossimo, parecchio diverso dal presente. Sul perché non mi sia sentito proiettato su un passato remoto, spinto indietro nel tempo dal ricordo di un Jimmy Fontana in bianco e nero, la montatura da nerd ante-litteram, suppongo avrà modo di lavorare un bravo psicanalista, sia come sia, il solo leggere il nome dei Finley mi ha proiettato nella seconda metà degli anni zero, quando la band di Legnano ha, almeno per qualche anno, fatto sfaceli.
Provate a ricordare, Proust o non Proust. I Finley sono arrivati sul mercato più o meno dieci anni fa. Formatisi nel 2002 nella loro città natale, ebbero la fortuna (o sfortuna, lo vedremo a breve) di essere intercettati da Claudio Cecchetto che, nel 2005, pubblicò il loro primo singolo Tutto è possibile.

Singolo che poi, pochi mesi dopo, avrebbe dato il titolo anche al loro primo album. A ricordarmi questi passaggi non è una memoria da elefante, ma sono i diretti interessati, incontrati a Milano, in una birreria. Aver letto il loro nome e essermi ritrovato impantanato in un mondo fatto di Mtv e Festivalbar mi ha decisamente incuriosito e ho deciso di incontrare Pedro, Ka, Dani e Ivan. La loro carriera, bruciata in questa fase mainstream nel giro di pochi anni, li ha visti vendere oltre trecentomila copie, trainate dal singolo Diventerai una star, inizialmente. Dischi di platino (quando il platino era una roba seria, certificata sul numero di copie vendute, non sul numero di streaming presunti). Palchi importanti condivisi con mega star come Depeche Mode e Morrisey, all’Heineken Jammin Festival, o Muse e Smashing Pumpkins, al Rock am Ring in Germania, o White Stripes e Queen of The Stone Age, al Wireless Ferstival all’Hyde Park di Londra.

Due Best Italian Act di Mtv Europe, il primo nel 2006 a Copenaghen, su gente come Jovanotti e Tiziano Ferro, mica Alessandra Amoroso e Benji e Fede, e il secondo a Liverpool, nel 2008. In mezzo una nuova versione della hit di Mondo MarcioDentro la scatola, interpretata col rapper milanese, a sua volta diventata una mega-hit, centinaia di concerti, altri singoli di platino, come Adrenalina, brano eponimo dell’album uscito nel 2007, prodotto da Michele Canova. Una partecipazione al Festival della Canzone di Sanremo, con il brano Ricordi poi piazzatosi quinto. Poi il terzo album di studio, stavolta prodotto da Marco Barusso, Fuori!, nuove importanti partecipazioni, come quella alla colonna sonora italiana del film Camp Rock 2 o Rio. Insomma, tanta tanta roba. Poi il buio. Si fa per dire. Perché i Finley e Cecchetto, capiti che i tempi sono cambiati, decidono consensualmente di mollarsi, e per i Finley inizia una specie di seconda carriera, dal basso.

Un mondo che cambia, pensateci. Nel 2008, anno della loro partecipazione a Sanremo (l’ultimo Festival di Pippo Baudo, tanto per sottolineare come di momento di cambiamento estremo si tratti), fa il suo esordio in Italia X Factor, inaugurando in qualche modo la stagione dei talent nobili (Amici già c’era, ma veniva giustamente sbertucciato da tutti). Quindi nel 2009 il Festival viene vinto da Marco Carta, vincitore di Amici, fatto che sancisce lo sdoganamento dei ragazzi dei talent in quel contesto, come le successive vittorie di Valerio Scanu, Emma, Marco Mengoni e Il Volo attestano. Sempre nel 2007 va di scena l’ultima edizione del Festivalbar di Andrea Salvetti, figlio di Vittorio. Youtube comincia pian piano a erodere terreno sotto i piedi a Mtv, che comincia a spostarsi lontano dalla musica.

Lo stesso Cecchetto, che in qualche modo è stato sia fortuna che punizione per i Finley, da una parte intuitore del loro potenziale, dall’altra involontario portatore di un carico di pregiudizi nei loro confronti, subito identificati come una band fatta a tavolino da quel vecchio volpone (e, diciamolo, anche aver concesso il singolo Diventerai una star alla pubblicità di una nota merendina non ha aiutato a rendere credibile chi, poi, la credibilità se l’è andata a conquistare nei palchi dei rock festival in giro per l’Europa), lo stesso Cecchetto, si diceva, ha in qualche modo abdicato al ruolo di talent scout che così tanto aveva incarnato nei decenni precedenti, finendo a fare il giudice nel talent della Clerici in compagnia di Chiara Galiazzo, non esattamente una stelletta da appuntare sulla giacca.

Insomma, i Finley, unici artisti italiani ad aver conquistato, coi Subsonica, due Best Italian Act agli Mtv Europe, sono capitati al posto sbagliato nel momento sbagliato. Giunti all’apice quando tutto stava finendo. Avete presente certi film di fantascienza, dove il protagonista si trova in una situazione anomala per cui la realtà gli si sfalda davanti, e comincia a perdere brandelli di sé, diventando invisibile? Ecco, questo è successo a questi quattro ragazzotti di Legnano, venduti come i Green Day italiani (o il Blink, fate voi), scambiati per nuovi Gazosa, in realtà band fuori da ogni percorso prestabilito, musicisti veri scambiati per figurine di cartone, forse troppo pop per essere presi in considerazione dalla scena underground, e troppo poco pop per essere presi in considerazione dalla scena mainstream.

Del resto, a loro, delle scene ha sempre fregato poco, perché una volta che hai un pubblico di massa, si suppone, è a quello che guardi. A quello e a fare musica. Poi, quando la macchina si rompe, riparti dal basso, sempre proseguendo sul filo dell’anomalia. Senza parentele, schivando la scena indie, probabilmente più vicina per sonorità ma assolutamente distante anni luce per attitudine, ma senza neanche strizzare troppo l’occhio al mercato. Del resto il mercato oggi lo fanno le televisioni, quindi sarebbe difficile strizzare l’occhio da quella parte. Fanno radio, i Finley, questo sì, con un loro programma su Radio Kiss Kiss, Kiss Kiss My Ass, e fanno musica (dal 2013 sono testimonial della Lego in Europa, con tre loro brani scelti come colonna sonora per il progetto Legends o Chima).

Fanno musica, soprattutto. La loro musica. Ora ci provano tirando fuori una cover, ma già lavorando al prossimo singolo, inedito. Un singolo alla volta, un live alla volta, passando ore e giorni in sala prove, andandosi a prendere palchi più piccoli, ma tenendo gli spettatori fino all’ultimo brano. Perché certi treni magari si perdono e non tornano più, ma se l’amore per la musica e il talento ci sono si può anche decidere di andare a piedi.