Che cos’è uno stato di eccezione? Monte Sole, Monzuno, Grizzana Morandi. La zona è quella dell’appennino bolognese, in corrispondenza delle valli dei fiumi Reno e Setta. Il periodo è la settimana compresa tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944. 770 le persone trucidate, in gran parte donne, bambini e anziani: una media di 110 al giorno. «Marzabotto è l’archetipo dello stato di eccezione, in cui si è detto a una truppa di criminali di eliminare una comunità, con una ragione di tipo militare che è quella emergente, ma anche con una ragione più profonda che è quella di non riconoscere l’umanità in queste persone». Sì, ma cosa significa “non riconoscere l’umanità”?

GianfrancoLorenzini_tribLaSpeziaAprile 2002, va in onda per la prima volta un’intervista della tv tedesca Ard all’ex SS Albert Maier: «Erano bacilli di sinistra. Hanno avuto quel che si meritavano. Ne avremmo dovuti ammazzare ancora di più di quei pezzi di merda». Queste, a distanza di quasi sessant’anni, le parole dell’allora giovanissimo caporale del 16° reparto esplorante, morto impunito nella sua casa di Essen poco tempo dopo quell’intervista, in parte ripresa nel bel documentario Criminali nazisti in Italia di Vanessa Roghi, andato in onda il 3 giugno su Rai Tre.

Il dito e la luna: mesi fa il web ribolliva di indignazione per la medaglia, poi ritirata, che un sindaco tedesco aveva consegnato a Wilhelm Kusterer, uno dei “boia” di Monte Sole. Senza accorgersi che, in realtà, quel sindaco era sostanzialmente in buona fede: nel casellario giudiziario tedesco infatti non vi era, e tuttora non vi è, traccia della condanna all’ergastolo comminata in Italia a quel suo concittadino, peraltro a lungo militante della Spd (sic!), proprio comeKlaus Konrad, ex consigliere giuridico di Willy Brandt e responsabile dell’eccidio di San Polo. La Repubblica Federale Tedesca è giuridicamente responsabile dei crimini e dei reati commessi da soldati tedeschi contro le popolazioni inermi dell’Appennino italiano nel 1944. Eppure le sentenze italiane non sono mai state recepite/applicate dalla Germania.

In un paese serio, almeno su questo, il governo e tutte le forze politiche che si definiscono antifasciste sarebbero unite nel chiedere a gran voce giustizia al governo tedesco, anche dai banchi del Parlamento europeo. A 72 anni dai fatti – e a quasi 5 dai dieci ergastoli ad altrettanti responsabili delle stragi di Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto e San Polo – non sarebbe il minimo? Vedremo e vigileremo. Nel frattempo è doveroso ringraziare tutti coloro che, come il giornalista Udo Gümpel, all’alba del nuovo millennio hanno contribuito ad individuare e processare alcuni dei responsabili. Che purtroppo hanno vissuto serenamente, impuniti e non pentiti, fino all’ultimo dei loro giorni. Ben oltre la fine di quella guerra fredda in cui molti nazifascisti, non solo in Italia e in Germania, furono cinicamente riciclati in funzione anticomunista. Oggi come ieri questa palese e duratura ingiustizia chiama in causa la dignità dell’Italia. E, a dire il vero, dell’Europa intera.

Poche settimane fa se n’è andato Gianfranco Lorenzini, uno dei testimoni oculari dell’eccidio di Monte Sole. Dieci anni fa lui ed altri sopravvissuti trovarono la forza di raccontare nell’aula del tribunale militare di La Spezia la loro straziante esperienza. «Avevo 13 anni. Io e mio padre ci eravamo rifugiati nel bosco, correva voce che gli squadroni nazisti stessero deportando tutti gli uomini per mandarli a lavorare in Germania. Dopo tre giorni, papà mi chiese di tornare in paese a prendere altro cibo. Quando arrivai a casa trovai mia madre e le mie due sorelle trucidate a colpi di mitra. A quel punto io e mio padre bruciammo i loro corpi. Poi ripartimmo verso sud, per evitare di essere catturati dai nazisti».

Non è solo per lui e per gli altri familiari delle vittime, costretti fin da bambini a sopravvivere a ricordi insopportabili, che il silenzio e l’inerzia della Germania non possono essere tollerati. Tra coloro che in questi anni hanno avuto la fortuna di conoscere e frequentare Gianfranco Lorenzini c’è l’avvocato di parte civile Andrea Speranzoni, che lo ricorda così: «E’ un uomo che mi è rimasto nel cuore, che ho difeso davanti al tribunale di La Spezia e che in aula, nell’ottobre del 2006, ci ha dato una immensa lezione di dignità umana, ricordandoci cosa significa la parolainnocenza”. Al di là dei riti, delle retoriche, delle formule sacramentali, delle toghe e dei ruoli sociali, la sua umanità splendeva e si espandeva. Rimane il suo contributo alla verità nelle immagini del documentario Lo stato di eccezione e nei verbali del processo».

E noi cittadini che facciamo? Vogliamo restare umani? Bene, allora cominciamo a non restare indifferenti.