Il senso di queste primarie democratiche, arrivate alla conclusione con il voto in California, lo si può sintetizzare probabilmente così: la Clinton vince, ma non trionfa. In una stagione politica dominata dalla retorica dilagante di Donald Trump e dall’idealismo quasi messianico di Sanders, il pragmatismo moderato della Clinton – in continuità col riformismo centrista di Barack Obama – non ha infatti sollevato particolari entusiasmi. Dopo una partenza da candidata “inevitabile”, la Clinton ha sofferto la sfida che le ha mosso Sanders. Indebolita dai passati rapporti con Wall Street, dai legami poco chiari che la fondazione di famiglia e il marito Bill hanno intrattenuto con governi e Paesi di mezzo mondo, la Clinton è parsa sin dalla partenza delle primarie, a febbraio, debole e poco convincente.

Il voto giovane l’ha subito abbandonata, richiamato dal messaggio ben più audace di Sanders. Anche larghi strati di borghesia urbana progressista hanno scelto Sanders. L’ex segretario di stato ha continuato a godere dell’appoggio della quasi totalità del suo partito; del sindacato e di settori di piccola e media borghesia; delle donne (soprattutto quelle più avanti negli anni); e infine delle minoranze, in particolare gli afro-americani, che hanno votato la Clinton con una percentuale che alla fine dovrebbe aggirarsi attorno al 77 per cento.

Si è trattato, comunque, di un movimento pro-Clinton che non ha mai davvero preso la forma di un plebiscito. L’impressione di scarsa incisività è stata potenziata da un messaggio che è spesso cambiato. Dopo aver iniziato da democratica centrista, nel solco di Obama, la Clinton si è trovata costretta a inseguire Sanders e il suo messaggio, finendo per abbracciare i toni egualitari e di critica delle massicce diseguaglianze che il senatore ha portato nella campagna. Questa mancanza di un centro è rivelata dai tanti slogan che la campagna della Clinton ha adottato in questi mesi: “Combattere per noi”; “Abbattere le barriere”; “Più forti insieme”.

Il senso di incertezza ha raggiunto l’apice con alcune delle dichiarazioni più recenti. Per esempio quando la Clinton, richiamando gli otto anni di governo del marito e i successi ottenuti in economia, ha detto di voler nominare proprio Bill “zar dell’economia” nella sua prossima amministrazione. La cosa, oltre a sollevare dubbi e timori (Bill Clinton è un politico di razza, ma anche una personalità difficile da gestire e contenere) ha mostrato tutte le contraddizioni e la mancanza di fuoco della strategia della Clinton: che più volte, in questi mesi, ha detto di volersi allontanare dalle politiche del marito degli anni Novanta: per esempio i trattati internazionali di libero scambio e la moltiplicazione della popolazione carceraria.

Nonostante errori, cadute, incertezze, dubbi, previsioni di catastrofe, la Clinton è andata avanti, sostenuta da una caparbietà, da una fermezza, da un’ambizione che sono i dati salienti del suo carattere. Rispetto al tentativo presidenziale del 2008, è apparsa più propensa a mostrare i propri limiti e vulnerabilità. Se nel 2008 si era preoccupata di risultare il più possibile decisa – una commander-in-chief capace di rispondere alla chiamata notturna e decisiva per le sorti della nazione – nel 2016 la Clinton non ha avuto paura di trasmettere i lati meno risolti della sua personalità. “Nel caso non l’abbiate capito, non sono un politico naturale, come mio marito o il presidente Obama”, ha detto nel corso di un dibattito con Sanders.

La cosa è probabilmente anche il risultato di una precisa strategia di comunicazione. Ha spiegato la senatrice Kirsten Gillibrand, la democratica dello Stato di New York che ha ereditato il seggio della Clinton: “La gente è indecisa riguardo alla leadership femminile e l’ambiguità che Hillary suggerisce è fuori di lei”. Proprio per superare il rischio di un messaggio troppo rigido e univoco, la Clinton 2016 ha voluto trasmettere un’immagine di politica competente ma che ha comunque bisogno del sostegno anche dei rivali (continui, in queste ultime settimane, gli appelli all’unità rivolti ai sostenitori di Sanders). Enfatizzando il suo curriculum, le proposte politiche, la candidata non ha tralasciato di far notare che, sopra tutto, lei è madre e nonna.

L’aspetto femminile e femminista della sua campagna è stato importante, seppure non particolarmente esibito. Il “femminismo” della Clinton è stato, sin dagli anni Novanta, quando il marito era presidente, una delle ragioni di polemica e attacchi più virulenti nei suoi confronti – soprattutto da parte dei settori più conservatori della politica americana. La Clinton è stata l’unica first lady ad avere un proprio ufficio nella West Wing, e ha partecipato attivamente all’attività politica e amministrativa del marito, arrivando anche a delineare una riforma sanitaria che resta il tentativo più ampio e completo prima dell’Obamacare.

Per questo attivismo la destra – soprattutto al Sud – ha sempre odiato la Clinton. Lei, durante la campagna, non ha enfatizzato l’aspetto più rivendicativo della sua candidatura; ma non l’ha neanche nascosto. Del resto – in un Paese dove prima del 1920 le donne non potevano votare, dove ancora oggi soltanto il 20 per cento del Senato è costituito da donne e dove gli squilibri salariali sono tutti a vantaggio degli uomini – in questo Paese il carattere “femminile e femminista” della sua candidatura non poteva essere messo in sordina. Proprio poche ore fa, è stata la stessa Clinton a sottolinearlo, spiegando “farà una gran differenza, d’ora in poi, per un padre o una madre guardare negli occhi la loro bambina e sapere che un giorno potrà essere tutto, anche presidente degli Stati Uniti”.

Come ultimo paradosso di una campagna che è stata ricca di paradossi e colpi di scena, la Clinton a novembre si troverà come rivale un uomo che ha definito le donne “animali disgustosi” e “vacche grasse”. C’è da giurare che la “politica di genere” svolgerà un ruolo, e importante, nella prossima campagna.