Ormai sembra che il caldo sia davvero arrivato. Di colpo piumoni e giubbini finiscono in lavanderia, infradito e pareo invadono le strade, con tutta la carica di ormoni che ne consegue. Negli asili arriva la varicella. Quelli che organizzano le serate iniziano a far girare i due neuroni a disposizione per trovare nuovi orribili nomi con cui chiamare gli aperitivi. E arrivano i tormentoni. Sì, radio, web, giornali, tutti si mettono alla ricerca di quello che sarà il tormentone dell’estate 2016, consapevoli che un tormentone è tale per questioni che esulano le volontà di programmatori radiofonici e uffici stampa.

Il tormentone esiste dalla notte dei tempi. Vi sarà capitato di andare per sagre e feste paesane, e vi sarà capitato di vedere tutta quella gente, specie gente che è stata giovane negli anni Sessanta, ormai anziana, muoversi all’unisono, come in certi video in bianco e nero che riprendevano le truppe del Terzo Reich. Bene, quelle donne e quegli uomini che alzano il ginocchio a tempo e fanno passi imperscrutabili ai più non sono posseduti da un demonio ma stanno ballando l’Hully Gully, più presumibilmente stanno ballando i Watussi di Edoardo Vianello. Uno, Vianello, che di tormentoni ne ha fatti parecchi, tormentoni che sono ancora tutti in repertorio delle orchestrine di liscio e di ever green che imperversano nelle piazze paesane. Roba parecchio brutta, a volerla affrontare con un minimo di senso pratico, capace di superare l’incedere del tempo come la ruggine o le macchie di catrame al mare.

Pensate a brani come Luglio di Riccardo Del Turco o Marina di Rocco Granata. Li pensate e vi viene voglia di ascoltare in loop un’opera di Harold Budd. Non che nelle decadi successive le cose siano andate meglio. Vogliamo parlare, che so, di Gioca Jouer di un giovane Claudio Cecchetto? Ecco, Cecchetto di tormentoni poi ne ha inflitti parecchi come produttore, con le varie Sabrine Salerno i Taffy e i Sandy Marton.

Poi ci sono state piccole chicche, brani inconsapevolmente piacevoli nel mare magnum del tormentonismo. Tipo Vamos a la playa dei Righeira (che di tormentoni poi ne hanno tirati fuori almeno altri due, L’Estate sta finendo e No tengo dinero) o Gimme Hope Joanna, canzone di Eddie Grant che ha movimentato l’estate del 1988 e che parlava di tutto fuorché dell’estate (Joanna era Johannesburgh e si parlava di apartheid e antiapartheid), o 50 Special dei Lunapop, anno del Signore 1999.

Chiaro, se uno dice tormentone subito vengono alla mente quelle robe assurde (assurde in un mondo non dico giusto, ma anche solo normale) tipo la Lambada, estate 1989 o la Macarena, estate 1996, Aserje delle Las Ketchup, estate 2002 o Danza Kuduro, di Don Omar, estate 2011. Tutti lì a fare passi di danza imbarazzanti, su musiche imbarazzanti, in mezzo a altra gente che, per fortuna, sta facendo esattamente la stessa cosa.

Ci sono poi canzoni pop carine che ci hanno assillato e che quindi sono diventate odiose, ma che a voler essere obiettivi restano carine, dalle Tre parole di Valeria Rossi a Vamos a bailar di Paola e Chiara. Ci sono anche le canzoni legate a eventi sportivi, dalle Notti magiche della Nannini e di Bennato allo Waka Waka di Shakira, sempre tormentoni, ma almeno fatti con grazia di Dio. E arriviamo a questa estate. L’estate scorsa ci hanno pensato Baby K e la Ferreri, con la loro Roma-Bangkok, J-Ax e Il Cile con la loro Maria Salvador, e l’infornata di latinos, da Enrique Iglesias fino a Alvaro Soler. Quest’anno? Già una mezza idea ce la siamo fatta. Enrique Iglesias torna sul luogo del delitto con Duele el Corazon, come se fosse il cuore a dolerci. Alvaro Soler fa altrettanto con Sofia, preparandosi all’autunno che lo vedrà protagonista di X Factor. E poi ci sono J-Ax e Fedez con Vorrei ma non posto (brano da 33 milioni di visualizzazioni su Youtube).

Dovessimo puntare su un outsider, outsider relativamente a questi nomi, diremmo anche Alan Warner e la sua Faded, e ovviamente Calcutta con Oroscopo, canzone che parte dal basso ma che può puntare piuttosto in alto. Fortuna che, come cantava nel secolo scorso Bruno Martino, tornerà un altro inverno, cadranno mille petali di rose. Anche quella è stata un tormentone, anche se il tormento era solo quello cantato nella canzone, non certo degli ascoltatori.