Qualche giorno fa ha fatto parlare di sé l’incidente accaduto allo zoo di Cincinnati, dove Harambe, un gorilla di pianura occidentale (specie a rischio di estinzione) di 17 anni, è stato ucciso dagli uomini della sicurezza per “proteggere” un bambino di quattro anni caduto accidentalmente nel suo recinto. In realtà, pare che il gorilla stesso avesse adottato un atteggiamento protettivo nei confronti del bimbo, che era sfuggito a sua volta da genitori evidentemente non molto protettivi. A rimetterci comunque è stato l’essere più incolpevole. In realtà, solo nelle ultime settimane ci sono stati ben altri tre incidenti in diverse parti del mondo. Il più recente risale al 23 maggio, quando un uomo ubriaco è entrato nel recinto dei leoni del Nehru Zoo Park di Hyderabad, in India, restando miracolosamente illeso.

Due giorni prima un ragazzo di vent’anni aveva tentato di uccidersi allo Zoo nationale cileno di Santiago, sempre saltando nel recinto dei leoni: i guardiani avevano abbattuto gli animali. Allo zoo di Wehai, nel nord-est della Cina, un uomo è entrato nel recinto del tricheco e ha cominciato a fare riprese filmate e a scattarsi selfie; finché il grosso pinnipede non l’ha afferrato e trascinato nella sua piscina, dove il visitatore è annegato. Un guardiano accorso in aiuto ha fatto la stessa fine. Il problema è ovviamente a monte: nel business degli zoo, che non accenna a diminuire in tutto il mondo. Anzi… A titolo d’esempio: Torino. Era il 31 marzo 1987 quando lo zoo nel parco Michelotti, lungo il fiume Po, dopo infinite polemiche, fu chiuso. Dopo che era stato aperto in pompa magna quasi 32 anni prima, il 20 ottobre 1955.

Oggi “a volte ritornano”. Ed ecco che il Comune vuole riaprire quello zoo, su richiesta ovviamente di un privato che ne gestisce già uno in provincia (lo Zoom di Cumiana). Nel caso, non si chiamerà più zoo, ma “bioparco”, che nome più assurdo non è dato trovare: un parco è “bio” di natura. E comunque lo zoo non è un parco. Che poi parlo degli zoo, ma gli acquari? E i delfinari? Tutti quelle gabbie, intese in senso lato, dove gli animali sono costretti a trascorrere la vita e magari anche a fare gli acrobati per il divertimento del pubblico pagante? Un recinto può avere un senso quando resta l’ultimo rimedio per proteggere una specie che si sta estinguendo proprio per mano dell’uomo, quando quindi lo scopo è scientifico e magari si tenta anche la riproduzione.

Ma negli altri casi? Ha un senso questa gratuita crudeltà? Questo strappare gli animali dal loro ambiente naturale per trasformarli in fenomeni da circo? Qualche tempo fa vidi un documentario in televisione da cui si evinceva che buona parte dei bimbi di Nairobi, in Kenya, non sapeva nemmeno dell’esistenza dei leoni. Una provocazione. E costruirci un bello zoo?