I primi di giugno si è scatenato l’inferno a Parigi. La pioggia ha messo a dura prova la capitale, non solo, perché a tutto questo si devono aggiungere vari scioperi contro la legge sul lavoro, una specie di Jobs Act renziano. Per non parlare del traumatismo che la società ha subito a seguito degli attentati terroristici. In questo scenario si è aperta la conferenza sul Medio Oriente alla presenza dei rappresentanti di ventinove paesi ed organizzazioni internazionali. Erano assenti per scelta politica i diretti interessati: Israele e Palestina. I ministri degli esteri che erano presenti sono stati d’accordo (e come potevano non esserlo) su una serie di parole d’ordine che mostrano l’inutilità di tali iniziative. Intendiamoci, dal punto di vista diplomatico la conferenza è stato un successo, perché ha registrato la presenza di Ban Ki Moon, John Kerry, Federica Mogherini e tanti altri ministri degli esteri.

Ma che cosa si sono detti? Il comunicato finale sottolinea che la situazione in quella regione è al limite del collasso e che la soluzione dei due Stati è l’unica per stabilire una pace duratura. Certo è difficile pensare che tanti diplomatici, con una lunga esperienza alle spalle, non si rendano conto della vuotezza di certe formule e dell’inutilità di promesse di nuovi piani per rilanciare l’economia. I veri problemi sono rimasti fuori dall’agenda, sia perché era più semplice raggiungere un accordo sul nulla, sia perché non avrebbe infastidito Israele. Per cui non si è parlato di frontiere, di Gerusalemme e del suo statuto, del ritorno dei palestinesi, del problema dell’acqua e così via. E’ vero che Hollande, intervenendo, ha sottolineato che questa conferenza non poteva sostituirsi alle parti, Israele e Palestina, ma allora perché convocarla senza i diretti interessati? Una spiegazione forse la possiamo trovare in un certo attivismo diplomatico del presidente francese e del suo governo, nel tentativo di colmare un vistoso calo di popolarità.

E Israele. Le dichiarazioni del primo ministro Bibi Netanyahu sono state negative. A proposito di questa iniziativa francese, ha detto che allontanava il processo di pace e che gli europei avrebbero interesse a spingere Mahmud Abbas a sedersi al tavolo con gli israeliani, senza precondizioni. I palestinesi, immobilizzati dai tanti problemi, esprimono una posizione di attesa e sperano, credo solo nelle dichiarazioni ufficiali, che quanto deciso a Parigi sia dotato di un calendario di cose da fare. La realtà è tutt’altra e la speranza della creazione di due stati possiamo archiviarla come buon proposito. Nella società israeliana si registra una profonda spaccatura tra le forze liberali e la destra. Il caso dell’uccisione del palestinese Abdel Fattah Al-Sharif è sintomatico di quanto stiamo dicendo.

Vi ricordate di questo palestinese ferito dopo un attacco col coltello nella città di Hebron alla fine del mese di marzo? Giaceva per terra quando il sergente israeliano di origine francese, Elor Azaria, si avvicinò e gli sparò in testa. L’atrocità del fatto ha aperto nella società israeliana un ampio dibattito e il porta parola dell’estremismo, il neo ministro della difesa, Avigdor Liberman, ha dichiarato che preferiva un soldato che si sbagliava ma che restava in vita ad uno che esitava e poi si faceva uccidere. Sparare per uccidere; come una parte della società israeliana intende difendersi dagli attacchi solitari al coltello di singoli palestinesi, che hanno rilanciato il dibattito sulle occupazioni dei territori da parte di Israele e hanno messo a nudo le speranze residue di due stati.

Nel frattempo, nella incapacità di qualsiasi iniziativa politica da parte del governo di Abbas, Netanyahu invia le sue ruspe (oltre 600 distruzioni nei primi cinque mesi dell’anno 2016) e continua la colonizzazione della Cisgiordania con buona pace delle conferenze internazionali. Alla luce di questa situazione interna, di una società israeliana e palestinese sempre meno propense al compromesso, chi può ancora sperare alla nascita di due stati che vivano in pace e in sicurezza?