“Non siamo contenti”, ha detto Renzi all’indomani delle comunali. E ci mancherebbe. Sarebbe stato meglio dire: “Siamo parecchio preoccupati”. Il risultato – estremamente chiaro – del primo turno segna infatti una brusca frenata, se non un’indubitabile batosta, per il Pd e il premier-segretario in particolare.

Il primo dato significativo è l’affluenza che – sì – cala, ma non crolla, nonostante Renzi abbia fatto di tutto per spostare l’attenzione da queste amministrative al referendum di ottobre, facendo votare tra l’altro un giorno solo e nel weekend di ponte (ma sappiamo che Renzi è un po’ allergico alle elezioni…). Ed è particolarmente significativo che nell’unica grande città in cui l’affluenza è cresciuta rispetto alle precedenti comunali, cioè Roma, il M5S abbia quasi triplicato i consensi (oltre 35%), doppiando il Pd (crollato al 17%) e diventando il primo partito della Capitale.
Ma è guardando i risultati nelle singole città che si capisce come Renzi abbia perso il suo “tocco magico”.

MILANO: nella presunta “capitale morale (Cantone dixit), dove si presentava il candidato renziano per eccellenza, reduce dal presunto successo planetario di Expo ed erede dell’amministrazione di centrosinistra di Pisapia, Sala, lungi dal trionfare, ha pareggiato (meno di un punto di distacco) con lo “sconosciuto” Parisi, che ora potrebbe farcela al ballottaggio. Evidentemente le tante dimenticanze di Mister Expo (villa in Liguria, casa in Svizzera, investimenti in Romania…), gli elettori milanesi se le sono ricordate benissimo.

NAPOLI: nella città in cui Renzi si è speso di più e ha speso più soldi, con il piano per Bagnoli balneabile, polemizzando duramente con il sindaco antirenziano De Magistris “che parla mentre noi facciamo”, e dove il Pd si è presentato nell’alleanza di maggioranza con Verdini, la Valente non è arrivata neanche al ballottaggio. Un disastro che fa il paio con Cosenza, dove il Patto della Soppressata tra Pd e Ala ha fatto stravincere già al primo turno, con quasi il 60% dei voti, il candidato di centrodestra Occhiuto. La volpe Verdini inizierà a pensare: mi conviene stare con Renzi? E il gatto Renzi: mi conviene stare con Verdini? Gli italiani, ça va sans dire, sono i burattini…

BOLOGNA: è qui che Renzi ha chiuso la campagna elettorale. Risultato? Merola finisce al ballottaggio senza neanche raggiungere il 40%: la peggiore performance tra i sindaci uscenti.

ROMA: indubitabile il “risultato storico” della Raggi; Giachetti riesce ad arrivare al ballottaggio, ma 1) soprattutto per ragioni personali, visto che ha preso più del suo Pd, e 2) solo perché il cdx si è presentato diviso. Se Meloni e Marchini fossero andati insieme, #ciaone Bobo. Tra l’altro il Pd a vocazione popolare dovrebbe riflettere sul fatto che la Raggi è forte nelle periferie, mentre Giachetti lo è nel centro storico e ai Parioli…

TORINO: il neo-renziano Fassino, che sembrava destinato a una vittoria trionfale già al primo turno, è costretto al ballottaggio con la pentastellata Appendino. E rischia grosso: il M5S ha infatti quintuplicato i voti, diventando il primo partito sotto la Mole. Insomma, il primo turno ci consegna un chiaro sconfitto (Renzi) e due chiari vincitori anti-renziani (Raggi e De Magistris), ma anche una chiara indicazione sul cdx: se è unito è competitivo (Milano e Napoli), se è diviso non arriva neanche al ballottaggio (Roma e Torino). Se queste amministrative dovevano dire chi avrebbe prevalso tra Berlusconi e Salvini, vecchio e nuovo, moderatismo e radicalismo, be’, il responso è che devono stare insieme.

E adesso? È solo il primo turno, per cui tutto può cambiare. Soprattutto: prepariamoci ai fuochi artificiali renziani in vista dei ballottaggi. Il calendario per conquistare voti è già pronto: il 14 giugno ci sarà l’incontro con i sindacati su lavoro e pensioni (Renzi, ora che i nodi vengono al pettine, ha riscoperto la concertazione…), e possiamo stare certi che l’atteggiamento del Governo non sarà di rottura ma di apertura, perché i sindacati vogliono dire consensi.

Del resto li aveva già conquistati alla vigilia delle europee – per poi deluderli e bistrattarli – non potrebbe riprovarci? Il giorno dopo, 15 giugno, il Consiglio dei Ministri approverà il decreto sui licenziamenti dei furbetti del cartellino, non ancora entrato in vigore (a gennaio era solo uno spot). Provvedimento certo molto popolare. E il 16 gli italiani festeggeranno l’altra misura elettorale (pensata proprio per queste amministrative): non pagheranno la tassa sulla prima casa. E magari Renzi tirerà fuori dal cappello anche qualcos’altro, perché adesso la paura fa 90. Io credo che se il Pd dovesse perdere a Milano e Roma, Renzi si dovrebbe dimettere, perlomeno da segretario del partito. La minoranza è d’accordo? E voi?