Il “partito della nazione” non ce l’ha fatta. È questo il commento che senti in queste ore nelle varie tribune post-elettorali. Già ieri sera Cesare Damiano ammetteva, seppur timidamente, un certo affanno per il Partito democratico. Qualche ora dopo, a notte fonda, Fassino si presentava davanti le telecamere, visibilmente provato, ad ammettere che nel paese c’è un problema: una crisi pluriennale e un malcontento popolare tradotti o in astensionismo o in voto per il M5S. Tutto contraddice la narrazione renziana di un’Italia in cui tutto va al meglio, con una ripresa lenta ma tangibile e in cui, chi si erge a voce critica, viene bollato come gufo, rosicone, disfattista e tanto altro ancora.

Cercherò di dare una personale analisi del voto di ieri, dal punto di vista di attivista gay, elettore di sinistra ed insegnante. Ovvero, da parte di chi incarna quelle tre dimensioni che nel corso di questi anni non hanno ricevuto un trattamento splendido, nella rappresentazione renziana. Se volessimo limitarci al linguaggio utilizzato per descrivere quelli come me, al di là di apparentamenti agli uccelli notturni di cui sopra, emerge che sono stato insultato come votante quell’area politica a cui si addebita l’impossibilità di fare riforme vere, di “cambiare verso”, e la responsabilità di mantenere lo status quo di un’Italia senza speranza né futuro.

Poi pensi che a Milano il sindaco uscente Pisapia, dichiaratamente di sinistra, nel 2011 ha vinto una splendida tornata elettorale, dando respiro al capoluogo lombardo e creando un modello in cui valori progressisti ed efficienza si sono coniugati a vantaggio di una comunità. Quindi pensi che insultare l’elettorato rosso non è stato un grande esempio di lungimiranza. Poi guardi a Cagliari, dove Zedda – anche lui di sinistra – vince al primo turno, che il voto di destra non se lo sono preso e ti chiedi se tra le schiere vicine al premier due domande (ma giusto due!) se le siano poste. E questa è una.

Come insegnante, poi. La riforma sulla cosiddetta “buona” scuola ha aperto una ferita profonda tra il mondo dell’insegnamento e una classe politica che è stata sorda alle richieste di una classe lavoratrice tra le più malpagate d’Europa e che adesso verrà esposta al giudizio di famiglie e studenti (e relativi umori), e al ricatto di probabili dirigenti che potranno allontanare i docenti “contrastivi”, come ebbe a dire uno di loro, a suo tempo. E se a questo stato di cose aggiungiamo che uno degli stilemi della narrazione renziana recupera il termine “professore”, trasformandolo in “professorone” e conferendogli il sapore dell’insulto (l’ennesimo), poi magari è normale che i/le prof (senza dispregiativi al seguito) a un certo punto ti voltano le spalle. E siamo a due.

Le unioni civili, quindi. Non credo si possa parlare, ancora una volta (e purtroppo) di voto gay in Italia. Per cui non credo si possano prevedere flussi elettorali degni di nota, in tal senso pro o contro il Pd. Se però vediamo la cosa dal punto di vista del governo, che dopo anni di palude si è affrettato, in vista delle amministrative, a partorire una legge monca – qualora non offensiva delle famiglie arcobaleno e soprattutto dei loro bambini e bambine – e se pensiamo che Renzi sperava di recuperare il voto a sinistra su questa tematica, non mi sembra che ci sia stata una grossa affezione al Pd per un contentino che ha entusiasmato al più gay e lesbiche interne al partito, lasciando perplesso (nella migliore delle ipotesi) il resto della comunità arcobaleno. E questo è un altro aspetto che andrebbe indagato a dovere.

Ancora sulle unioni civili, vorrei per altro menzionare quel “ci ricorderemo” che dalla piazza del Family day venne lanciato come una minaccia in direzione dell’esecutivo. La Sparta renziana, come ho già detto, non ride sicuramente. Ma la Atene adinolfiana registra un risultato deludentissimo, ai limiti dell’inesistenza racimolando un pietoso 0,28%, nonostante i proclami tanto trionfalistici quanto tragicomici del leader del Popolo della Famiglia, che parla di un 1% abbondante (e basta leggere l’analisi del sito Gaypost.it per capire che ancora una volta, da quelle parti, si danno i numeri come ai tempi dei due milioni di piazza San Giovanni e del Circo Massimo).

Concludo ricordando che il Pd perde centinaia di migliaia di voti nelle maggiori città italiane: si vedano la débâcle impietosa di Roma (-70.000 voti), le prove non entusiasmanti di Fassino e Merola, il testa a testa di Parisi e Sala – laddove il caso Expo era fiore all’occhiello del premier – e la marginalizzazione della candidata napoletana. Poche settimane fa, per il referendum sulle trivelle, certa intellighenzia dem dileggiò il voto del sì con l’ormai proverbiale “ciaone”. Lo stesso torna ora indietro colpendo in pieno volto proprio gli abitanti della casa politica in cui era stato confezionato. Se fossi come un renziano qualsiasi starei qui adesso a prendere in giro (con la stessa arroganza di Carbone) un Francesco Nicodemo, un Ivan Scalfarotto o altri come loro. Ma non sono renziano, appunto.

Mi limito, invece, a ricordare che una classe politica veramente degna di governare una nazione dovrebbe avere maggiormente a cuore non solo il suo elettorato tradizionale – fatto anche di insegnanti, gay e persone che credono nei valori della sinistra – ma anche chi, nel paese, esercita quello splendido strumento che è la democrazia. E col quale, di tanto in tanto, può restituire il trattamento che gli è stato riservato.