Con l’hashtag #PiùCheMeschino (MoreThanMean), negli Stati Uniti, sta girando in rete un video dove alcuni uomini leggono ad alta voce i tweet indirizzati a due giornaliste sportive, Sarah Spain (di ESPN) e Julie Di Caro (del canale radio Chicago 670). Nella clip, realizzata dalla comunità web Just Not Sports, si passa da messaggi fastidiosi, ma innocui, a insulti pesanti e auguri di morte violenta. A rendere più toccante il filmato, il fatto che le due reporter siano proprio lì davanti, ad ascoltare. I lettori dei tweet, da parte loro, sono visibilmente turbati e faticano a finire alcune delle frasi più crudeli. La giornalista sportiva Shireen Ahmed ha scritto un articolo sul Guardian riguardo al video, spiegando che anche lei, come molte altre colleghe che si occupano di sport, riceve centinaia di messaggi del genere e che blocca almeno una ventina di persone la settimana.

Proprio sul Guardian è stata realizzata un’inchiesta, intitolata “Il lato oscuro dei commenti del Guardian”. Analizzando 70 milioni di commenti agli articoli pubblicati dal 2006, il quotidiano inglese ha dimostrato che dei 10 giornalisti più insultati, 8 sono donne e 2 uomini di colore. In tutto, negli anni, sono stati bloccati dai moderatori 1,4 milioni di messaggi perché violavano le regole della comunità. La maggior parte dei contributi cestinati erano su articoli scritti da giornaliste, in particolare delle sezioni sport e tecnologia. Gli argomenti che hanno avuto il record di blocchi sono stati quelli inerenti a questioni come femminismo e violenza di genere.

Le reporter Jessica Valenti e Nesrine Malik e lo scrittore Steven Thrasher, tra i dieci giornalisti presi di mira dalla furia dei lettori, hanno raccontato l’impatto negativo dei messaggi di discredito sulla loro vita personale. Malik ha spiegato che il Guardian è seriamente impegnato nell’affrontare il problema, non soltanto per capirne le cause, ma per cercare di risolverlo in modo da rendere gli scambi con i lettori migliori e più inclusivi. Malik ha poi citato il libro di Danielle Keats Citron, docente di Legge all’università del Maryland, pubblicato dall’Harvard University Press, intitolato Hate Crimes in Cyberspace, nel quale viene spiegato che i comportamenti virtuali violenti non sono né normali né inevitabili. “Se esistono è perché c’è un problema culturale che dobbiamo cercare di risolvere collettivamente usando tutti gli strumenti a disposizione, tecnologici e sociali”.

Quello che accade alle giornaliste in rete riguarda anche le altre donne. Secondo una recente ricerca realizzata dal marchio di sicurezza digitale Norton, la metà delle 1.053 intervistate, ha dichiarato di avere subito trolling, cyberbullying, molestie, minacce di stupro o di morte. La violenza di genere è tale che Hollaback, movimento internazionale nato nel 2005, a New York, per porre fine alla molestie in strada, dallo scorso gennaio ha lanciato HeartMob, un sito per aiutare a combattere il fenomeno anche online, invitando le donne a denunciare. Come spiega Ornella, attivista di Hollaback (sui media non appare con il proprio cognome, proprio per evitare ripercussioni), «è importante sempre rendersi conto che è il molestatore in errore. Se ci si trova in difficoltà, si deve chiedere subito aiuto agli amici, alla famiglia, ai siti specializzati. Anche se si avrebbe voglia di cancellare subito i messaggi offensivi o minacciosi, è bene documentare tutto, attraverso screenshot e copiando i link. Le prove, infatti, sono determinanti in fase di denuncia. Successivamente va chiesto che i contenuti vengano rimossi dalla piattaforma social e dai motori di ricerca».