Se la campagna per le amministrative 2016, come ha giustamente rilevato Carlo Freccero qualche giorno fa ad 8 e mezzo è in tutto il Paese sotto il segno dell’“astenia”, a Bologna viene considerata “la meno entusiasmante” di sempre, nella Capitale presenta un’altra “singolare” peculiarità.

A Roma infatti se la parola “legalità” è quella più ricorrente nei discorsi, nelle interviste, nei confronti tra i candidati, come emerso anche in quello su SkyTg 24, contemporaneamente si assiste quasi alla rimozione dell’inchiesta che ha scoperchiato le condizioni di asservimento e di umiliazione dettate “dal mondo di mezzo” a cui è stata assoggettata per decenni la Capitale.

In qualche modo Mafia Capitale è uscita di scena o rimane come uno scontato fondale su cui non è il caso di insistere troppo in campagna elettorale dove in primo piano ci sono comprensibilmente le buche, il degrado, la sporcizia, i trasporti da far ripartire, l’ambiente da bonificare, le municipalizzate e le partecipate da riorganizzare ex novo. Ma si tratta di tutte “emergenze” e “situazioni limite generalizzate” determinate in larghissima parte, se non esclusivamente, dal sistema mafioso in senso “tecnico” e non giornalistico, nato dalla saldatura tra gli uomini di Carminati e Buzzi con i pubblici ufficiali e i politici a libro paga.

Per la prima volta, e si tratta di una novità non da poco che dovrebbe indurre i cittadini romani, pur enormemente sfiduciati ad andare al voto, i tre aspiranti sindaci più favoriti secondo i sondaggi, Virginia Raggi, Roberto Giachetti e Giorgia Meloni, danno garanzie di onestà, come ha sottolineato anche Marco Travaglio nell’editoriale del 31 maggio, ma qualche attenzione andrebbe prestata anche ai nomi che spiccano nei comitati elettorali a sostegno dei candidati sia nelle liste del Pd che in quelle a destra.

Se grazie a Mafia Capitale, a cui ha fatto seguito “la bonifica” dei circoli del Pd da parte di Fabrizio Barca e l’adozione del codice etico di Giachetti, è rimasto fuori dalle liste chi non ha il certificato dei carichi pendenti in regola, ci sono ancora in campo, e molto attivi tra i sostenitori e acchiappavoti di lungo corso nomi ricorrenti nell’inchiesta anche se non destinatari di un avviso di garanzia. Andrea Managò su Il  Fatto Quotidiano del 31 maggio ha stilato una mappa molto illuminante sulla partita in corso a Roma per il Pd e sui riflessi sia nazionali che all’interno degli equilibri interni ai dem romani: da cui la rilevanza delle preferenze e la caccia ai voti che “non puzzano” anche se in continuità con bacini appartenenti a un recente e poco glorioso passato.

Così ha scoperto, per esempio, che tra gli organizzatori della campagna elettorale di una delle probabili più votate Michela Di Biase, moglie di Dario Franceschini c’è un assessore della giunta di Ostia, il cui municipio, il X, è stato sciolto per mafia, Emanuela Droghei, a sua volta sposata con Francesco D’Ausilio, ex capogruppo Pd in Comune e dimissionario dopo la seconda tranche di Mafia Capitale. E poi sono in piena attività come collettori di voti per candidati consiglieri in pole position per il Campidoglio, politici che siedono in parlamento come il deputato Pd Umberto Marroni che contava tra gli altri nella sua corrente l’assessore Daniele Ozzimo, tra gli arrestati del primo filone di Mafia Capitale.

Sul fronte “azzurro” non poteva mancare un singolare “endorsement” per i candidati da parte di un non meglio identificato Tredicine della famiglia monopolista del lucroso business bancarelle probabilmente l’ex consigliere di Fi per il quale era scattato un provvedimento cautelare.  Così risulta molto più chiaro perché né Giachetti, né la Meloni, né Marchini abbiano moltissima voglia di sottolineare troppo spesso il collegamento tra il disastro che si troverebbero dinanzi come primi cittadini con Mafia Capitale e preferiscano attaccare la “marziana” Virginia Raggi, l’unica a non aver nulla da spartire con il recente passato, in quanto “eterodiretta da un comico”.