Riccardo Pizzorno per @SpazioEconomia

Il comparto agricolo, rappresenta per l’Italia un settore importantissimo per numero di imprese, occupati e superfici coltivate. Come tale, i problemi che lo travagliano in questi anni devono essere analizzati e, se possibile, affrontati nel modo più rapido e deciso.

Al 31 dicembre 2015, per la prima volta dall’inizio della crisi economico-finanziaria mondiale, tornano a crescere (+0,27%) le aziende agricole iscritte al Registro delle imprese presso le Camere di commercio. Continuano a diminuire, invece, sia pure in misura sensibilmente più contenuta rispetto agli anni precedenti (-0,95%), le aziende agricole (agricoltura, silvicoltura e pesca). Il Registro delle imprese riguarda solo le aziende con partita Iva che producono beni e servizi per il mercato. L’agricoltura occupa circa 1,3 milioni di persone per una superficie utilizzata di circa 13 milioni di ettari.

​Nel 2015 essa ha fatto registrare il più elevato incremento del Pil, con il valore aggiunto che è salito del 3,8%, spinto dal record storico nelle esportazioni agroalimentari a 36,8 miliardi di euro e dalla ripresa dei consumi alimentari delle famiglie, che per la prima volta da sette anni tornano positivi. Un’analisi della Coldiretti relativa ai dati Istat sul Pil vede il settore agricolo registrare un incremento addirittura sei volte superiore a quello medio nazionale. Nel 2014 il valore aggiunto dell’agricoltura ammontava a 31,5 miliardi di euro, pari al 2,2% del Pil nominale. Rispetto al 2013, si era registrata una forte flessione, pari al 6,6%, mentre il calo a prezzi costanti è del 2,2%.

Uno dei punti più preoccupanti è il continuo processo deflattivo che viene dalle campagne italiane nel 2016 a causa del crollo dei prezzi pagati ai produttori, dal -60 per cento dei pomodori al -30% per il grano duro fino al -21% per le arance rispetto all’anno scorso. L’andamento congiunturale di leggera crescita rilevata alla fine del primo trimestre 2016, non è stato comunque sufficiente per arrestare la contrazione tendenziale. Dal confronto con lo stesso periodo dello scorso anno (aprile 2015), infatti, i listini alimentari continuano a perdere circa il 10% del loro valore iniziale.

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A guidare la classifica dei ribassi annui è stato, nelle ultime rilevazioni, ancora una volta l’olio d’oliva che, a fronte del confronto con la precedente campagna (tra le meno produttive degli ultimi decenni), ha visto i prezzi all’origine crollare del 30%. A seguire, le riduzioni dei prodotti ortofrutticoli, con gli ortaggi che hanno ceduto oltre un quinto del proprio valore all’origine (-22%) e la frutta, la cui contrazione si è attestata poco al di sotto dei venti punti percentuali. Appena al di sotto delle due cifre (-9%) le variazioni tendenziali dei prezzi delle colture cerealicole e delle carni avicole. Continuando sul fronte zootecnico, dopo gli avicoli, sono stati i listini delle carni suine a far registrare la contrazione più significativa (-6%), mentre i prodotti ovi caprini hanno mostrato un andamento pressoché stabile (-0,3%). Infine, i prezzi del vino, la cui riduzione nel mese di febbraio si è attestata, così come si era verificato ad inizio anno, intorno ai tre punti percentuali.

Una situazione che sta assumendo toni drammatici anche per gli allevamenti con le quotazioni per i maiali nazionali destinati ai circuiti a denominazione di origine (Dop) che ormai da giorni sono scesi ben al di sotto della linea di 1,25 centesimi al chilo che copre appena i costi della razione alimentare. Cosi come i bovini da carne che sono pagati su valori che si riscontravano 20 anni fa, per non parlare del prezzo del latte che, precisa la Coldiretti in un suo rapporto, con il venir meno degli accordi da marzo sarà ancora in balia dei prezzi imposti dall’industria.

Una soluzione a questo problema potrebbe consistere nel decreto che il governo ha firmato e inviato a Bruxelles, il quale introduce l’obbligo dell’origine in etichetta per il latte e gli altri prodotti trasformati.

Con l’etichettatura di origine si dovrebbe finalmente contrastare l’inganno del falso made in Italy che riguarda per esempio tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia che sono stranieri così come la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero, ma nessuno lo sa perché non è obbligatorio riportarlo in etichetta.

Si potrà finalmente imporre una “carta di identità” alla produzione di latte, formaggi e yogurt che è garantita a livelli di sicurezza e qualità superiore grazie al sistema di controlli realizzato dalla rete di veterinari più estesa d’Europa, ma anche ai primati conquistati a livello comunitario con la leadership europea con 49 formaggi a denominazione di origine realizzati sulla base di specifici disciplinari di produzione e degli 1,7 milioni di mucche da latte presenti in Italia. Ad essere tutelati sono 120mila posti di lavoro nell’attività di allevamento da latte che generano lungo la filiera un fatturato di 28 miliardi che è la voce più importante dell’agroalimentare italiano dal punto di vista economico, ma anche da quello dell’immagine del made in Italy.

Soluzioni come questa, se adottate per i vari comparti, potrebbero contribuire a salvare il settore. Sarà interessante seguire l’evoluzione del mercato portata dagli eventi internazionali attesi, primo fra tutti il Ttip, accordo riguardante il commercio tra Europa e Usa attualmente in trattativa, o l’applicazione del piano di sviluppo rurale 2014/2020 in vigore nell’Unione europea.