Nell’anno olimpico 2016, prima di immergerci nella grande kermesse, sarebbe il caso di rispolverare Il baro e il guastafeste (1988), il capolavoro di Gianmario Missaglia (1947-2002), personaggio utopico e visionario, che ha inventato lo Sport per tutti e ha traghettato la Uisp nel futuro. Io rispolvero i miei appunti e mi si apre il cuore: ve ne propongo alcuni.

Comincia con Phileas Fogg che passa il tempo giocando a Whist: wow, l’ha notato anche lui. Dietro lo snobismo londinese c’è la borghesia che conquista il mondo, lo sport che si afferma come un’arena politica dove si confrontano culture. E vent’anni dopo Fogg, ecco de Coubertin:
1) All games all nations: progetto mondiale, con necessità di regole comuni e di giudici.
2) Citius fortius altius: più veloce, più forte, più alto. Il progresso, una crescita illimitata. Non c’è più solo il confronto diretto, c’è la misura della prestazione.
È l’utopia della società industriale. Anche se subito mercificato, lo sport conserva una matrice utopica e critica, una speranza che riemerge.

Ma, dopo 100 anni di competizioni e record, bisogna andare oltre, superare la dittatura del risultato, liberare la leggerezza. Perché la disintegrazione commerciale dell’olimpismo è una regressione, non una modernizzazione. Nel 393 Teodosio chiuse le olimpiadi classiche (in quanto istituzione pagana), ma le corse coi carri proseguirono per secoli, tra corruzione, violenza e bande asservite alle fazioni dell’impero bizantino che si scontrano nell’arena. Di tutti i possibili salti, le corse e i lanci, i padri fondatori ne hanno preso una piccola parte, l’hanno codificata e l’hanno fatta diventare sport. Leggi, pesi, misure: ordine dal caos ludico originario. La porta è aperta a tutti, ma l’ingresso è riservato ai soggetti più adatti. E tutti gli altri?

Il passaggio è dalla centralità della prestazione alla centralità del soggetto. C’è una rivincita dei gesti tagliati, dei giochi non riconosciuti, dei movimenti imprevisti, delle regole irregolari. Lo sport possibile non dà più peso al dogma, si allarga nella società e il suo protagonista non è più il giovane atleta selezionato, ma i tanti cittadini di ogni età che fanno sport, come pare a loro, a loro misura. Bisogna aprire il vaso di Pandora dove sono stivati tutti i salti nulli. A partire dagli anni ’60 si è imposta una cultura di massa del corpo e del movimento indipendente dalla prestazione, ha modificato gli stili di vita. Nell’universo sportivo cambia la proporzione fra pratiche competitive e non, ma anche le pratiche competitive sono più flessibili, è in corso un veloce processo di pluralizzazione. Lo sport possibile esplode e lo sport legale tenta di inseguire con nuove discipline.

Non più solo selezione di massa, specializzazione precoce, creazione di campioni (e mostri), ma tanti cittadini che autogestiscono la propria pratica sportiva. È una rivoluzione planetaria. Solo una minoranza fa sport organizzato per cercare il record e il podio. La crescita è fuori dall’agonismo codificato. Il grande sport è chiuso nel suo circuito di interessi economici, allenamenti ossessionanti, ricerca scientifica e tentazioni biochimiche. Vittoria come imperativo, aggressività: il fallo tattico sostituisce il fair play. I valori sono gli stessi dello star system. L’agonismo storico in qualche modo ha canalizzato aggressività, con nemici che diventavano avversari; ma se ora diventa invece un modello conforme delle asprezze sociali e politiche, distrugge il suo patrimonio di identità, taglia la sua radice umanistica. Degenera. Sfrutta. Specula. Falsifica. “E il doping può trasformare in pornografia anche la magia di una finale olimpica”.

Ora l’abisso tra il campione e il cittadino è enorme, incolmabile; l’atleta non è più un modello per i comportamenti, ma per i consumi. E il doping generalizzato testimonia che la regola è diventata solo un vincolo, da aggirare. Il doping ora si usa non per vincere una gara, ma per costruire un nuovo corpo. Aberrazioni. Da Momenti di gloria a Bladerunner. 100 anni dopo de Coubertin, bisogna risollevare il livello civile dello sport, che pure ha conquistato il pianeta. Ma le istituzioni sono tiepide, deboli, anche il Cio. Cadono di fronte all’economia e allo spettacolo. “Lo sport del Duemila non sarà soltanto professionismo e mass media, ma dovrà essere anche sport per tutti, ambiente, diritti umani”. Centralità del soggetto, flessibilità delle regole. Cura di sé, non delirio di onnipotenza. Movimento, benessere, salute, esercizio fisico intelligente: sport sociale. Sport per tutti. Troppo tardi? Si può ancora vincere la scommessa. Phileas Fogg ha ancora un giorno!