Si fa presto a dire chiudiamo Equitalia così da accattivarsi i consensi elettorali. Come se la patologia del rapporto fisco/contribuenti fosse solo Equitalia. Tante sono invece le patologie che rendono questo Paese lo Stato di Bananas. Un paese in cui i diritti sono ologrammi e i doveri ti s’infrangono anche se solo presunti e immaginifici. Si fa presto a dire “pagare le tasse è bello”, come se questo Paese avesse i livelli di civiltà della Svezia o di altri paesi nordici. Il rapporto tra i contribuenti e il fisco è talmente illiberale da rasentare l’inverosimile. Il contribuente medio è solo carne da macello tritata per soddisfare il debito pubblico, continuamente dopato da uno Stato tossico che non intende uscire dal suo stato di tossicodipendenza (imperizia e corruzione). Spieghiamone le ragioni.

Circa il 50% dei contenziosi vede come soccombenti gli Enti impositori (Agenzia delle Entrate, Enti locali etc.) e gli agenti della riscossione (Equitalia etc.) e questo ciò nonostante la partita sia gravemente truccata: violazione di riserva assoluta di legge da parte dell’esecutivo, talchè di fatto a decidere sulle norme tributarie è solo fintamente il Parlamento, dunque una farsa (in)costituzionale; assenza di terzietà (la giustizia tributaria dipende dal Mef e non dal ministero della Giustizia; se vinci il ricorso i giudici tributari spesso ti compensano le spese così violando sistematicamente l’art. 92 cod. proc. civ.; il reclamo quale misura di Adr è affidata alla decisione della stessa Agenzia delle Entrate, parte in causa; l’Agenzia delle Entrate, parte interessata, continua a condizionare le scelte dei contribuenti e dei giudici tributari attraverso le sue circolari, pretendendo che costituiscano fonti interpretative).

Si aggiunga poi come il contribuente debba pagare al fisco senza indugio (pena sanzioni, interessi e aggi), mentre il fisco può permettersi di pagare i propri creditori/contribuenti ad libitum, portandoli al fallimento e alla fame. Tutto questo accade impunemente in un Paese occidentale, europeo, che si autodefinisce settima potenza mondiale e culla del diritto e della civiltà (madecchè?). Non si comprende (lo denuncio da anni) che tutela dei diritti fondamentali e (equa) leva fiscale sono oramai inscindibili. Vi farò esempi reali che hanno coinvolto Tizio solo negli ultimi 6 anni (quando putacaso i dirigenti del fisco sono stati dopati dai premi di produzione).

1) Tizio sottoscrive con Caio una scrittura privata in cui Caio gli riconosce di essergli debitore, a causa dei pregressi complessi rapporti finanziari, di una rilevante cifra. L’Agenzia delle Entrate entra in possesso della scrittura e invia un avviso di accertamento a Tizio domandandogli il 3% ex d.P.R. n. 131/1986 (dunque una richiesta rilevante). Tizio ricorre evidenziando come nel d.P.R. n. 131/1986 non si faccia riferimento alcuno alle “ricognizioni di debito” e comunque come in subordine egli debba al più corrispondere l’imposta fissa o ancora in subordine l’1% prescritta per gli “Atti di natura dichiarativa”. Vince il ricorso ma i giudici tributari sposano la tesi intermedia (meglio far cassa…) e condannano l’Agenzia alle spese, ma col guanto di velluto.

2) Tizio riceve poi un avviso di accertamento per un presunto maggior reddito imputabile ad un maggior utile quale socio di una società per un accertamento induttivo (comunicato solo all’amministratore ma non ai soci). Tizio preferisce pagare perché non è più socio e non è in grado di difendersi a distanza di anni e perché la difesa avrebbe un costo non sostenibile.

3) Tizio riceve poi avvisi di pagamento per la Tarsu/Tares per vari anni (2009/2013) inerente un immobile non suo (venduto nel 2008) e di cui aveva dato notizia al Comune, via PEC. Fa tempestiva istanza di autotutela, allegando l’atto pubblico di vendita. Attende quasi l’ultimo giorno utile (59mo) ma il Comune non rimuove gli atti palesemente illegittimi. Il contribuente si vede obbligato a notificare il ricorso, altrimenti l’atto diverrebbe esecutivo. Attende fino all’ultimo prima di iscrivere la causa a ruolo. Deve iscrivere la causa a ruolo spendendo soldi per i contributi unificati e per difendersi. La Commissione Tributaria Provinciale sospende ovviamente gli atti. Qualche giorno prima dell’udienza di trattazione, il Comune comunica che effettivamente l’Imu non era dovuta. Tizio chiede la giusta condanna alle spese (per soccombenza virtuale) del Comune ma i giudici tributari dichiarano “cessata la materia del contendere, spese compensate”. Tizio inferocito appella la sentenza e chiede alla Commissione Regionale di riformare e condannare il Comune alle spese di lite. Dunque per far valere i propri sacri diritti ne nasce una seconda causa, altrimenti il contribuente rimarrebbe beffato. Solo poche settimane dopo la sentenza, il Comune chiede pure la Tares per il 2014, per lo stesso immobile, allo stesso contribuente. Tizio, dopo aver seguito la medesima trafila, deve incredibilmente ancora ricorrere al giudice tributario.

4) Infine a Tizio viene notificato un avviso di accertamento per un maggior reddito Irpef per un presunto canone di locazione che avrebbe incassato e che non ha dichiarato. Tizio dimostra con prove legali che non l’ha mai incassato (stante il pignoramento in corso contro il conduttore), propone il ricorso/reclamo (ignorato dall’Agenzia delle Entrate) ed ora rischia che i giudici tributari lo condannino a pagare un importo considerevole (e alle spese di lite) per un reddito mai prodotto. Può bastare tutto ciò o devo continuare nell’elenco? Chi produce dunque il contenzioso fiscale in Italia?