Siamo abituati a una lettura stereotipata dell’Italia da parte degli americani. Non eravamo abituati, però, a una lettura stereotipata persino dell’universo LGBT. Frank Bruni, sul New York Times del primo giugno, arriva a definire l’Italia “il paese più gay che ci sia”. Non parla di numeri e dati, ovviamente, perché non sarebbe proprio possibile o credibile. “Spiritualmente gay”, dice Bruni, e via con un elenco di banalità anche ridicole: dalla forma geografica a stivale con il tacco alto alla muscolatura del David, fino ad arrivare ai lampadari di vetro veneziano, coloratissimi e dunque, almeno secondo Bruni, frocioni. Un’analisi della gaiezza italica che comincia così, non può che proseguire peggio, e cioè dando voce ai soliti noti, ai professionisti dell’attivismo LGBT: da Vendola a Dall’Orto, fino a De Giorgi. Una generazione di gay militanti che forse conosce poco la realtà dei gay italiani di 15, 20 o anche 30 anni.

Bruni, nel suo lungo articolo, si chiede perché l’Italia, paese a suo avviso così gay, non tratti bene i gay. Vendola e Dall’Orto se la prendono con il ruolo del Vaticano, De Giorgi parla di mancanza di coraggio della classe politica. Il giornalista americano, invece, sembra sposare la tesi di un suo amico americano che ha vissuto e lavorato in Italia: “Tutti dovrebbero fare coming out? Gli italiani non la pensano così, e non per vergogna ma per un genuino amore della privacy”. Ecco, si possono sopportare tutti gli stereotipi e i cliché che volete, ma definire gli italiani “amanti della privacy” e dunque per questo poco inclini al coming out è semplicemente una castroneria senza eguali. Piuttosto, molti gay italiani (così come molti italiani in generale) sono amanti del quieto vivere, non della privacy. Non fanno coming out perché, e non si può biasimarli del tutto, non vogliono ascoltare le battutacce omofobe sul posto di lavoro, perché non vogliono rispondere a domande vergognose del tipo “Chi fa l’uomo e chi la donna?”. C’è una omofobia strisciante, nemmeno così nascosta, in una società che spesso non reputa sbagliato e offensivo utilizzare cliché magari anche volgari quando si parla di omosessualità. E i gay italiani, o almeno una parte di essi, non hanno le spalle abbastanza larghe per sopportare tutto ciò.

L’ingerenza vaticana c’è, ovviamente, anche se c’è più nella politica che nella società, nel cosiddetto paese reale. Ma l’Italia è ancora intrisa di una omofobia che è politica, prima che religiosa. È l’eredità delle due “chiese” ideologiche della Prima Repubblica: quella democristiana e quella comunista, entrambe assai omofobe, non dimentichiamolo. Perché se per i democristiani l’omosessualità era semplicemente un peccato mortale, per i comunisti vecchio stampo era un viziaccio borghese e decadente.

Il “machismo” italico, e dunque anche la difficoltà ad ammettere, a se stessi e agli altri, di essere omosessuale è frutto di un mix letale di posizioni antiquate che vengono da lontanissimo. C’è la società patriarcale soprattutto meridionale, c’è la morale cattolica (predicata assai, applicata pochissimo), c’è l’eredità ideologica di Dc e Pci. E poi c’è l’ipocrisia (quella sì tutta cattolica) del fare senza dire, perché sarà pur vero che Dio vede tutto, ma alla fine lui chiude un occhio, mica come il vicino di casa o il collega di lavoro, il compagno di classe o l’anziana zia. A loro bisognerebbe spiegare troppe cose, dunque “don’t ask, don’t tell” e vai col liscio. L’Italia non ci sembra poi un Paese così gay, nemmeno spiritualmente o culturalmente. La Spagna lo è, senza dubbio alcuno. Da quelle parti la cultura omossesuale ha permeato di sé molti settori della società. E lo ha fatto in una trentina d’anni, nonostante l’eredità franchista e quella cattolica.

Forse siamo più ipocriti che omofobi. Forse amiamo troppo il quieto vivere per mettere in discussione tutto esibendo l’omosessualità come un vessillo. Il coming out è uno strumento prezioso di lotta politica, e forse è anche questo il problema. Siamo un paese dalle forti passioni, è vero, ma in politica spesso abbiamo scelto la strada del “pagnottismo”. Chi ce la fa fare, dunque, a mettere a rischio le nostre comodità personali per un bene collettivo? Sarebbe interessante approfondire questa particolare attitudine italiana, invece di buttare lì una teoria strampalata su una presunta “gaiezza” spirituale del nostro Paese. Una gaiezza che non c’è, o almeno non più di quanto ci sia in altri paesi dell’Europa mediterranea.

La gay culture ha prodotto grandi fenomeni di costume negli Stati Uniti e in Inghilterra (e di riflesso in tutto il mondo). Dalle nostre parti ha influito forse soltanto nella moda, ma tutto è stato fuorché un fenomeno politico. Basta leggere le dichiarazioni pubbliche di alcuni noti stilisti sui diritti LGBT per rendersene conto. Servirebbe un po’ di gaiezza in più nel tessuto culturale e sociale italiano? Forse sì, visto quanto è riuscita a creare altrove in termini di vitalità culturale. Ma dare la colpa alla religione o alla politica è solo una parte della risposta. La società italiana, che sembra essersi finalmente liberata dai legacci asfissianti dell’influenza vaticana e dell’eredità venefica dello scontro democristo-comunista, deve semplicemente trovare un po’ di coraggio in più. Non siamo più gay di altri paesi. Siamo più pavidi, quello sì, perché amiamo troppo le nostre comodità piccolo-borghesi e non siamo disposti a metterle a rischio. Non ancora, almeno.