Il 2 giugno, giorno in cui si celebra l’anniversario di quel guscio ormai svuotato che chiamiamo Repubblica Italiana (e che un tempo si diceva “nata dalla Resistenza e fondata sul Lavoro”), sono stati resi pubblici i nomi dei “250 grandi intellettuali 250”, i quali annunciano il proprio “sì” al referendum sullo sventramento del sistema che regolamenta il modo complessivo di funzionare delle nostre istituzioni.

Spiccano così le firme, a sostegno del combinato Boschi-Renzi (revisione della Carta più Italicum) di Susanna Tamaro, la bestsellers-maker che ha ballato una sola estate, e Federico Moccia, il cantore dell’età foruncolosa, Paolo Crepet, lo psicanalista da comparsate a Porta a Porta da 750 euro lordi, e Liliana Cavani, ormai benemerita per le fiction paleo Dc su De Gasperi e San Francesco.

Ma più ancora pesano quelle degli assenti. I supporter di complemento, che appoggiano con qualche reticenza e spericolate acrobazie verbali tale combinato costituzionale/elettorale. Così, tanto per fare i fenomeni e dare ancora più peso al proprio parteggiare; tipico di alternativi di successo, dunque ampiamente integrati, quali essi sono ormai da tempo: dal furbacchione Roberto Benigni, calato nel suo ruolo giullaresco di corte, allo scettico blu Massimo Cacciari (ennesima riprova che lo scettico è sovente un metafisico deluso), nella sua transizione filosofica dall’autonomia operaia ai talk show, in cui sbraitare come una sorta di Vittorio Sgarbi con il feticismo del pelo.

Il tutto a fronte di motivazioni fornite dalla coppia Boschi/Renzi a dir poco puerili: con l’Italicum sapremo finalmente chi ha vinto la sera stessa delle elezioni! Echissenefrega, magari era meglio aspettare qualche giorno invece di ritrovarci una maggioranza assoluta a fronte di consensi ricevuti del tutto minoritari (per di più accompagnata dallo sberleffo di aver riproposto la figura dei “designati” dai boss di partito al posto degli “eletti” da parte dei cittadini). Poi si continua: con la riforma costituzionale avremo finalmente il superamento di quel bicameralismo perfetto che attendevamo da decenni! E dai con i “finalmente”, visto che – semmai – quanto si attendeva da tempo erano classi di governo minimamente decenti e capaci, non la cancellazione di utili contrappesi a vantaggio del controllo/bilanciamento tra Camere.

C’è da rifiutarsi di credere che sostenitori mediamente avveduti di un tale obbrobrio non riescano a cogliere la macabra ironia insita nel proprio assenso. Per cui occorre andare oltre al dichiarato ed esplorare cosa sta accadendo nei laboratori del Potere, di cui gli autorevoli supporter del duo Boschi/Renzi risultano rispettosi cultori; in una visione postdemocratica della società – da loro condivisa – in cui il principio prevalente deve essere il controllo sociale. Gente che – come diceva il poeta Nelo Risi – «ha ben chiaro dove il Potere sta».

Quel Potere che da decenni (una data? Il 1976, anno di pubblicazione di un celebre rapporto Trilateral che per la prima volta teorizzava l’insostenibilità del costo della democrazia) persegue l’azzeramento del modello liberal-democratico, che prevede la tripartizione dei poteri, a vantaggio di una semplificazione (“decisionista”, ti dicono) realizzata mediante una concentrazione attorno alla figura apicale di governo: la leaderizzazione incarnata dall’uomo forte. Operazione che si realizza anche spazzando via diritti, corpi intermedi e autonomie.

Un disegno – appunto, post-democratico – che sta suscitando prima indignazione, poi opposizione in tutti i Paesi a capitalismo maturo. Di cui la coppia Boschi/Renzi è la tardiva epigona, approfittando dello sfinimento del popolo italiano. In fondo Berlusconi è stato per Renzi quello che la Thatcher è stata per Blair: un apripista.