di Giacomo D’Alessandro

Prima di andare 40 giorni in Etiopia, il Suq di Genova era stata – si può dire – la mia maggiore esperienza “d’Africa”, sia nell’incontro con le comunità immigrate, sia nel vivere le loro cucine, il loro artigianato, e nel godere delle loro performance di danza, musica e teatro. Andare in Etiopia, per un mese e mezzo di intenso volontariato con Progetto Continenti e contemporaneamente per vivere e sviluppare un reportage multimediale, è stata finalmente l’occasione di “migrare al contrario” e mettermi dall’altra parte di questa immaginaria triste barricata Nord-Sud del mondo. Triste ma, nel bene e nel male, spesso reale: si tratta effettivamente di effettuare un passo in controtendenza, di andare in un altro mondo, o meglio in un mondo “altro” dal nostro.

La diversità, se affrontata con spirito curioso, rispettoso e disponibile, non è altro che la ricchezza più grande che possiamo ricevere nella nostra crescita di vita. Lo scrollone più utile. Lo spalancarsi di una finestra interiore che ci lascia molte domande, molte impressioni, molte suggestioni su chi siamo come singoli, come popoli, come umanità. L’Etiopia, destinazione scelta dopo che altre si erano rivelate non praticabili per motivi di conflitti e insicurezza, è la terra da cui l’intera umanità muove i primi passi. Dove abbiamo le testimonianze di uno dei più antichi e avanzati modelli di democrazia del mondo (nell’etnia Oromo). Dove il cristianesimo africano immerge le sue radici più antiche (e dove convivono in pace islamici, ortodossi, copti e cattolici). Cosa sono le culture, l’intercultura e le sue prospettive, viste da questa regione dell’Africa Orientale? Per me sono state l’incontro con i giovani della periferia di Awassa, nel sud, che, in completa autogestione, ogni pomeriggio si riuniscono all’ombra del grande tukul di bambù per allenarsi in danza e teatro.

Mischiano danze tradizionali provenienti dalle diverse etnie etiopi con danze moderne che “africanizzano” stili come salsa, bachata e boogie. Danno voce e corpo agli stereotipi sociali delle loro città e dei loro villaggi in piccole commedie teatrali, mute e di parola, rigorosamente in lingua amarica. Allo stesso modo ho vissuto il dialogo tra culture nell’ospitalità e nell’offerta del rito del caffè e del che molte famiglie ci hanno riservato, mettendo a disposizione quel poco che avevano e la loro estrema timida gentilezza. Il caffè etiope non si prende al volo, coma ha scritto sul nostro blog Diario Nomade la mia compagna di viaggio Alessia Traverso: l’ospite assiste alla tostatura dei chicchi sul braciere, alla polverizzazione eseguita in un mortaio di legno – solitamente da una delle ragazze di casa -, alla bollitura dell’infuso in una splendida caffettiera (jebenà) di terracotta nera. Ciascuno dei cinque sensi partecipa del lento e conviviale rito del caffè, cui non manca un accompagnamento che varia dal pane e miele, ai pop corn, all’injera con salsine piccanti.

Dialogo tra culture è stato ascoltare uno studente di scienze politiche nel giardino dell’Università di Addis Abeba parlare delle caratteristiche sociali e culturali del suo paese, degli equilibri politici interni, delle sofferenze dove latitano i diritti umani, dei processi globali come le migrazioni nel Mediterraneo e le mire economiche dell’Occidente. Ho toccato come mai prima il valore delle consapevolezze, la preziosità dello studio, e il desiderio di cambiare le cose a partire dal proprio sperduto villaggio. Come per Yshak, brillante studente di agrobusiness all’Università di Awassa, con cui ho lavorato negli orti del Centro Blein, di Progetto Continenti. La sua è una delle tante famiglie nullatenenti che tirano avanti in un minuscolo villaggio di campagna, con qualche capra e un po’ di terra. Ma lui vuole studiare, ha dato il meglio di sé e ha ottenuto i requisiti di merito necessari per andare avanti con l’Università. Ora il suo sogno è che la sorella più piccola desideri fare lo stesso, studiare e formarsi; capire e crescere.

Poter contribuire in modo nuovo ed efficace al destino della sua gente. Dialogo tra culture, infine, è stato spogliarmi giorno dopo giorno dei parametri certi e squadrati propri del mondo in cui sono cresciuto, trovarmi di fronte a realtà di vita differenti, e non per questo inferiori o peggiori. Respirare la natura di più e la libertà di più che permea ogni luogo attraversato. Considerare quanto di bello e di semplice può imparare il nostro “mondo” da questa terra d’Etiopia, e quanto di bello e di creativo il “mondo” che io sono può proporre e offrire, in uno scambio gentile. I limiti e le degenerazioni di ogni cultura saltano agli occhi con evidenza: mi sono fatto persuaso che il vero futuro dell’umanità sia la contaminazione, la “correzione” reciproca tra le culture, gli usi, i pensieri, le pratiche e i desideri. Solo così è possibile equilibrare le esagerazioni e le degenerazioni, salvare il meglio di ogni storia, di ogni vita, in cerca di quella armonia semplice, consapevole e feconda, che molte popolazioni indigene chiamano ancora oggi “buen vivir”. Vi aspetto per approfondire il racconto e il confronto al 18° Suq Festival, a Genova dal 16 al 26 giugno. Perché non trovarci lì, nel bazar dei popoli, sorseggiando un caffè touba senegalese o un tè alla menta marocchino?

Foto di Alessia Traverso