MILANO – Ti senti come un semino di mais prima di divenire pop corn, un vestito in una centrifuga sballottato, felicemente, da una parte all’altra tra i mattoni rossi. IT festival è una bolgia dantesca di entrate e uscite, di montaggi e smontaggi, di appunti e visioni, a sommare. Qui è la moltitudine, il numero, l’assemblaggio, che fa scenografia in movimento, fondale dove mostrarsi. Stanze, padiglioni, grandi vetrate, fuori il formicolio dei piedi. Quasi un Fringe dove gli attori si procacciano il pubblico, fanno volantinaggio, distribuiscono flyer e brochure, danno biglietti da visita. Il pubblico si confronta sul programma, gesticola come i bimbi davanti all’album delle figurine Panini: “celo”, “manca”.

IT festival

IT è festoso e allegro, con settanta compagnie milanesi indipendenti che mettono in scena piccoli estratti di venti minuti l’uno a rotazione, in un tourbillon a ripetizione, a sfiancare il pubblico. La Fabbrica del Vapore divisa in sei spazi, ognuno con la sua anima, la propria personalità. Ne abbiamo visti un bel po’. IT ti prosciuga, ti shakera, ti consuma, ti sciaguatta, ma la sensazione di fondo, seppur nel caos di code e corse, di tempi chirurgici e ritardi, è quella di una bella idea che evidentemente mancava e della quale se ne sentiva il bisogno. E’ un confronto con altre realtà cittadine, per qualcuno è prima prova all’esterno, è test per le nuove drammaturgie. Vedendo l’età media si può affermare che il teatro non è affatto morto, ha dei problemi di sussistenza ma non è per niente in stato comatoso. Già dal logo si capisce: spermatozoi (veramente più simili a rocchetti di telaio, per intessere nuovi rapporti, o trottole, che girano ferocemente, o lampadine, a illuminare come Diogene il buio) come bisce per cercare il loro posto al sole, il loro futuro da fecondare.

Federica D'Angelo

Gli Oyes, collettivo che recentemente ci ha colpito con Vania, con Il Preferito, hanno portato con precisione e carisma su una scena scarna due fratelli, figure bibliche, antitetici e in contrasto: il perfetto e riuscito e soddisfatto versus l’emarginato, problematico, ribelle; l’amato dai genitori e marito e padre modello contro l’alcolizzato e disoccupato. Per poi capire chi è veramente tra i due il border line. La narrazione di Alfredino ha inevitabilmente commosso tra chi era già nato e ricordava il primo vero reality della storia della tv italiana e chi se l’era fatto raccontare. Gli Effetto Morgana ci hanno spinto tutti in quel buco nero, in stile Io non ho paura di Ammanniti prima, e di Salvatores dopo, sentendone il freddo e l’impotenza.

Circolo-Bergman_Calcografia

Giocano, pericolosamente, sul filo del teatro nel teatro, tema leggermente abusato, i Frigoproduzioni con la novità Tropicana, citazione dalla canzone cult anni ’80, omonima sanremese. In una bolla di sapone da prove aperte, in un dialogo continuo con il pubblico, svelando alla platea segni e convenzioni sceniche (non ce n’era bisogno), la loro indubbia ironia e bravura a tenere gli spettatori si scioglie nel ripetitivo, nel già visto, chiuso per addetti ai lavori. Emozionante Contemplazioni di Andrea Lanza e Elena De Carolis, per un solo spettatore alla volta, escamotage che qui riesce in parte, ma non del tutto, non lasciando così libero l’astante di interagire con l’intensa e carica attrice dentro questa casetta di marzapane tra chiaroscuri e racconti ascoltati a pochi centimetri. Quando ti guarda è Medusa che ti incenerisce ti gentilezza, sconfitta e lievità, la De Carolis è compita, compiuta e completa immergendoti in un’altra dimensione spazio-temporale.

Di diversità e accettazione, di conflitto generazionale e tempi che cambiano, seppur con tocchi metaforici, è l’Alice nella giungla con Federica D’Angelo, ora suadente adolescente, adesso ingenua che confessa alla madre di essersi innamorata di un gorilla. Impossibile non far riferimento a King Kong o a La Bella e la Bestia con una curiosità ed una prurigine di fondo, tra ammiccamenti e politicamente scorretto. I tempi stanno cambiandoUn IT che ci ha mostrato brave interpreti: un’altra è certamente Anna Sala nel testo di Christian Gallucci Si stava meglio, racconto disseminato di trabocchetti e ritorni, complesso e di non così facile lettura, un esperimento non lineare da salutare con favore, una scrittura liquida e ampia alla quale la sala riesce a mettere le briglie e a far correre al galoppo, unita ad una fisicità piena che trattiene e lascia, diretta, impavida.

Se comunismo è un termine vetusto, non sono passati di moda termini come umanità, artigianato, lavoro. Il Circolo Bergman mette in scena l’ottantenne Giancarlo non a recitare ma a compiere i gesti di una vita, la Calcografia, tra stampe a mano e inchiostro ad ungersi. Le antiche, piccole, esperte, studiate mosse, prima di far nascere, come una fotografia da una camera oscura, la pagina sa di magia; la manualità semplice ci fa aspirare ad un mondo che non esiste più, un mondo dove c’erano polpastrelli e odori forti, lo sporcarsi. La Fabbrica del Vapore sbuffa dalle sue ciminiere immobili.