Sono almeno 20mila i bambini intrappolati a Falluja, città a maggioranza sunnita nell’Iraq occidentale in mano allo Stato Islamico dal gennaio del 2014 e assediata dalle forze di sicurezza irachena che tra il 22 e il 23 maggio hanno lanciato un’offensiva militare per liberarla. Lo denuncia l’Unicef, che parla di bambini costretti a combattere e a fare i conti con la carenza di beni primari. “L’Unicef stima che almeno 20mila bambini siano rimasti intrappolati in città”, ha detto il rappresentante per l’Iraq dell’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di minori, Peter Hawkins.

“I bambini corrono il rischio del reclutamento forzato, di subire le rigide procedure per la sicurezza e di essere separati dalle loro famiglie”, ha aggiunto Hawkins. “I bambini che vengono reclutati vedono le loro vite e il loro futuro messi a repentaglio in quanto vengono costretti a portare e a usare le armi, a combattere in una guerra di adulti”, ha continuato.
L’Unicef ha poi ribadito la richiesta di creare corridoi sicuri per permettere alla popolazione civile di Falluja di fuggire. Le Nazioni Unite hanno accusato l’Is di usare i civili come scudi umani.

L’offensiva delle forze irachene prosegue. Martedì un centinaio di miliziani dell’Isis ha impegnato a lungo le forze governative a Nuaimiya, una località a sud della città che l’esercito ha strappato nei giorni scorsi allo Stato islamico. Il comandante delle operazioni militari, generale Abdul Wahab al Saedy, ha detto che 75 jihadisti sono stati uccisi, grazie anche alla copertura aerea della Coalizione internazionale a guida Usa e di elicotteri iracheni. In seguito, secondo le tv panarabe al Arabiya e al Mayadeen, le forze governative hanno preso il controllo di Jisr Tuffah (Ponte della Mela), nella periferia sud di Falluja.

Intanto continuano anche i combattimenti a Saqlawiya, 13 chilometri a nord della città, che le forze lealiste stanno cercando di riconquistare con la collaborazione delle milizie di volontari sciiti sostenuti dall’Iran. In questa offensiva, infatti Teheran e gli Stati Uniti sono schierati sullo stesso fronte. Secondo il capo delle forze della polizia federale, generale Raed Shaker Jawdat, finora le forze lealiste hanno conquistato 24 villaggi intorno a Falluja. Ma sembra ancora lunga e irta di pericoli l’operazione per riprendere il controllo di questa che è stata la prima grande città a cadere nelle mani dello Stato islamico, nel gennaio del 2014.

Lisa Grande, numero due della missione Onu in Iraq (Unami), oggi ha riferito che “dal racconto delle persone fuggite al personale Onu abbiamo saputo che i civili intrappolati vengono ammassati nel centro, probabilmente con lo scopo di essere usati come scudi umani”.  Chi ha lasciato la città parla di una popolazione terrorizzata e stremata, ridotta a mangiare l’erba, dopo che i rifornimenti di cibo e di medicinali sono stati bloccati da un assedio governativo che dura ormai da nove mesi.

“La gente mangia ogni tre giorni, non c’è acqua potabile e si teme per il rischio di diffusione di diverse malattie tra cui il colera”, ha proseguito la rappresentante Onu parlando in teleconferenza con i giornalisti al Palazzo di Vetro. Mentre molte decine di civili sono stati uccisi dai bombardamenti delle forze di Baghdad durante i due anni di occupazione dell’Isis.
Jan Egeland, capo del Consiglio norvegese per i rifugiati che fornisce assistenza in loco, ha avvertito che “a Falluja sta avvenendo una catastrofe umanitaria” e ha chiesto alle “parti in conflitto di garantire un esodo sicuro”.

Il fronte anti-Stato Islamico avanza anche nel nord della Siria: forze curdo-siriane sul terreno, sostenute dai raid aerei della coalizione internazionale a guida Usa, hanno sferrato un’offensiva nei pressi di Manbij, cittadina chiave tra Aleppo e Raqqa. Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, le “Forze siriane democratiche“, piattaforma guidata dall’ala siriana del Pkk curdo e sostenuta dagli Usa, hanno conquistato diverse località a sud-est della cittadina oltre il fiume Eufrate. Dove, riporta ancora l’Osservatorio, 15 civili – tra cui tre bambini – appartenenti a tre famiglie sono stati uccisi da raid della coalizione.

E’ il secondo episodio in neanche 48 ore. L’Osservatorio aveva denunciato martedì la morte di 23 persone, tra le quali 7 bambini, in seguito a “non meno di dieci attacchi aerei russi” su Idlib, controllata da una coalizione di forze ribelli fondamentaliste e dal Fronte al Nusra, la branca siriana di Al Qaeda. “La nostra aviazione non ha compiuto alcun raid nella provincia di Idlib”, la risposta del portavoce del ministero della Difesa, Igor Konashenkov. Un altro raggruppamento di attivisti, Coordinamento dei comitati locali (Lcc), parla di un bilancio fino a 50 morti, precisando che i bombardamenti hanno colpito un quartiere residenziale nei pressi di due ospedali e di una moschea.