di Mirko Annunziata

Nella storia di un paese ci sono giornate che vanno ricordate perché segnano la linea di demarcazione tra l’avverarsi di futuri diversi. Questo è il caso del 30 maggio 2003, quando Aung San Suu Kyi scampò per miracolo a un agguato organizzato dalla giunta militare. Non furono altrettanto fortunati gran parte degli uomini che si trovavano assieme a lei, trucidati dai governativi nel tentativo di salvare quello che allora costituiva la sola speranza per il popolo birmano di poter vivere in un paese libero. Suu Kyi, che conosceva la prigionia fin dal colpo di stato dei militari nel 1988 e si ritrovava in libertà da poco più di un anno su pressione delle Nazioni Unite, ritornò a essere prigioniera del governo fino al 2010, quando fu finalmente rilasciata dopo anni di richieste da parte di gran parte della comunità internazionale.

Durante la prigionia, Suu Kyi non smise mai di perorare la sua causa contro la dittatura militare e la sua costante opera le valse il Premio Nobel per la pace nel 1991. Ispirata dall’esempio di Martin Luther King e di Gandhi, Suu Kyi non chiese mai ai suoi sostenitori di imbracciare le armi a sostegno della causa, nonostante in più occasioni la sua stessa incolumità fosse a rischio. Una vicenda che ricorda molto da vicino quella di un altro grande uomo dei diritti che, pochi anni prima, pativa stoicamente la prigione contro un governo ingiusto: Nelson Mandela. A sei anni dalla sua definitiva liberazione, il Myanmar è cambiato molto, e, dalla fine del 2015, sta compiendo i primi timidi passi verso la democrazia. Suu Kyi è al momento alla guida della nuova forza di governo ed è ora che la sua battaglia entra nel vivo, nonostante abbia superato la soglia dei settant’anni di età e la lunga prigionia abbia lasciato profondi segni nel corpo e, soprattutto, nello spirito.

Il Myanmar, entità plurietnica (se ne contano più di un centinaio), nata nel 1947 da quel pezzo di Raj britannico a maggioranza buddista, fatica a trovare una sua identità e, senza il pugno di ferro dei militari, rischia di sgretolarsi sotto il peso delle sue contraddizioni interne. La fine dell’isolamento internazionale inoltre sta facendo crescere l’economia del paese, ma resta tanta strada da compiere per uscire da una condizione di povertà endemica che dura fin dai tempi dell’indipendenza (un fattore che facilita il precipitare di queste tensioni nella violenza). Così, alle elezioni che hanno visto il trionfo di Suu Kyi, buona parte dei Rohingya (la minoranza musulmana presente nel Sud Ovest del paese) non ha avuto modo di poter esprimere la propria preferenza alle urne. Negli ultimi anni, con l’allentarsi del rigore imposto dalla giunta militare, sono sorti numerosi movimenti di zeloti buddisti i quali si sono scagliati con sempre più veemenza verso i Rohingya, i quali hanno dato via a un vero e proprio esodo dal paese che ancora oggi non sembra conoscere termine.

A sorprendere la comunità internazionale è il silenzio assordante di Suu Kyi sulla vicenda, e alcuni le stanno già puntando contro il dito sentendosi in qualche modo traditi dopo anni di appoggio pressoché incondizionato alle sue battaglie. Cercare di mantenere un equilibrio all’interno del paese non è facile e San Suu Kyi, ora che è al potere, sa bene che deve dare priorità alle esigenze domestiche, piuttosto che guardare al di là delle frontiere. Il supporto della maggior parte del suo popolo l’agevolerà, ma nessun paese può reggersi esclusivamente sugli sforzi del leader, non conta quanto carismatico o illuminato sia. Per Suu Kyi, una Birmania più democratica – ma al tempo stesso più violenta e frammentata – non potrà di certo costituire una vittoria per la sua pluridecennale battaglia iniziata sull’esempio di suo padre, uno degli eroi che diede non l’indipendenza (la Birmania non era mai esista prima di allora), ma proprio vita, a questo stupendo e travagliato paese.