Probabilmente la prescrizione, come ci dicono i servizi dei Tg e come si può dedurre dal modesto rilievo che dedicano all’argomento anche le maggiori testate on line sarà un tema che appassiona e scalda solo la politica, soprattutto la parte maggioritaria che, al di là dei proclami, si sente molto più rassicurata nel lasciare le cose come stanno.

Solo a titolo esemplificativo: il 30% dei processi azzerati all’anno a Roma, l’azione penale vanificata nelle aree di maggior rischio come Napoli, a Milano a rischio le cause intentate dai risparmiatori contro le banche, a Venezia in via di rottamazione il 49% dei procedimenti già definiti in primo grado. E questi erano solo alcuni dei dati emersi in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario nel gennaio scorso e dunque riferiti al 2015.

In questi mesi la situazione si è ulteriormente aggravata al di là delle “dichiarazioni di intenti” e delle recenti quanto irreali “rassicurazioni” del Ministro Andrea Orlando sul fatto che il provvedimento non sarebbe bloccato da oltre un anno per la ovvia preclusione dei compagni di governo ufficiali e “di fatto”, Angelino Alfano e Denis Verdini. E quale e quanta sia la determinazione di introdurre in Italia un sistema complessivo equo e trasparente in sintonia con tutte le democrazie occidentali lo si è visto fin troppo chiaramente dall’accoglienza che ha ricevuto dalle parti della maggioranza ma anche della dirigenza Pd l’emendamento sulla prescrizione al ddl di riforma del processo penale presentato dal senatore Felice Casson insieme al collega Giuseppe Cucca, “invitati” dai cosiddetti centristi a “ritirare immediatamente le loro proposte”.

Quello che viene definito con tocco pittoresco “il blitz di Casson” o “il colpo di scena maturato negli ambienti dem del Senato” sulle grandi testate che puntellano il governo è semplicemente la proposta di interrompere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, come avviene in Europa e in tutte le democrazie liberali. Ma nell’Italia di Renzi esattamente come in quella di Berlusconi è una “proposta diabolica” per di più in piena sintonia con le posizioni dell’Anm e quel che è peggio sostenuta da sempre da Piercamillo Davigo, il presidente dell’associazione più temuto e inviso alla casta di sempre.

Le reazioni contro Casson additato da Area Popolare e Ala quale rappresentante di un residuo di “area giustizialista storica” sono state furiose e indignate: davanti a una simile provocazione e/o minaccia gli alfaniani sfidano il Pd a portarsi a casa “una simile prescrizione” con il M5S, da sempre favorevole al ddl del relatore Casson. Ma per la dirigenza Pd la prospettiva di sostenere l’emendamento del relatore, che ha fatto presente di non aver effettuato nessun blitz e di avere solo “presentato 9 emendamenti traendoli da vari ddl presentati dal Pd”, e di votare il provvedimento con il M5S, accusato costantemente del peggiore disfattismo, è semplicemente surreale.

Felice Casson, proprio in quanto competente e magistrato di lunga esperienza sul fronte della corruzione, è da sempre isolato e marginalizzato nel Pd a causa del rigore e della coerenza: anche in questa occasione come in molte precedenti, basta ricordare il voto sull’autorizzazione all’arresto per Antonio Azzollini del Ncd, è intervenuto prontamente nelle vesti di “pompiere” il capogruppo Luigi Zanda con una serie di se e di ma per rassicurare gli alleati e per sconfessare il suo relatore. La derubricazione ad “intervento personale” del ddl Casson, “improvvido” non solo per il Fabrizio Cicchitto ma anche il Pd renziano finisce per confermare chiaramente e platealmente quanto affermato da Luigi Di Maio: “Un parlamentare del Pd ha proposto una norma che noi condividiamo ma il Pd preferisce accordarsi con Alfano e Verdini.”