Dalla Sala rossa, in consiglio comunale, alle piazze. Da una parte il politico Pd esperto, con la lunga trafila nel Pci, i ruoli nazionali e internazionali. Dall’altra la neomamma trentenne candidata del Movimento 5 Stelle e bollata da lui come la “Giovanna d’Arco della pubblica moralità” ma anche la “secchiona”. Dopo le schermaglie nell’assemblea cittadina, gli scontri tra il sindaco Piero Fassino (66 anni) e la consigliera comunale Chiara Appendino (32) passano alla prova definitiva, le elezioni. Sono loro i candidati dati per favoriti per la corsa alla guida di Torino, città industriale piombata nella crisi legata alle sorti della Fiat e tenuta in vita con le olimpiadi invernali di dieci anni fa (che l’hanno migliorata, ma hanno anche aumentato il debito pubblico) e con gli investimenti in cultura e innovazione. A dimostrare che non si tratta di una sfida come altre il fatto che la Appendino ha ricevuto la visita di Luigi Di Maio, mentre a sostenere Fassino è arrivato il presidente del Consiglio Matteo Renzi. “Noi – ha detto il segretario del Pd – stiamo portando l’Italia fuori dalla palude grazie all’esempio di città come Torino. C’è bisogno di una Torino che faccia la capitale, Torino è una capitale del cambiamento. Facciamo sì che sia sempre una sorpresa”.

Dopo mesi di campagna, l’impressione è che la sfida debba ancora accendersi come certe sedute del consiglio comunale, come quella in cui Fassino lanciò una sfida: “Un giorno lei si segga su questa sedia e vediamo se sarà capace di fare tutto quello che oggi ha auspicato di saper fare: e comunque lo decideranno gli elettori”. Secondo i sondaggi al primo turno del 5 giugno Fassino e Appendino avranno la meglio gli altri candidati, ma poi dovranno vedersela al ballottaggio. Il sindaco uscente difende il suo posto e i risultati della sua amministrazione. Lei, grillina “anomala”, viene dall’establishment (figlia di imprenditori, laureata alla Bocconi ed ex dipendente della Juventus degli Agnelli che hanno “regnato” sulla città), ma vorrebbe rivoluzionare tutto, smantellare il sistema consolidato in più di venti anni di potere del centrosinistra, allargare la partecipazione (il programma è frutto delle discussioni dei gruppi di attivisti e cittadini), riorganizzare l’amministrazione e ridurre i costi.

Nella mischia ci sono altri 15 candidati tra i quali spiccano l’ex segretario provinciale della Fiom, ora deputato di Sinistra Italiana, Giorgio Airaudo; l’onorevole di Forza Italia Osvaldo Napoli; il notaio sostenuto da Lega Nord e Fratelli d’Italia Alberto Morano; il centrista Roberto Rosso (perdente nel 2001 contro Sergio Chiamparino) e il comunista Marco Rizzo.

Periferie, tra il lavoro che non c’è e l’insicurezza
Fassino difende con orgoglio il suo operato negli ultimi cinque anni e nelle ultime settimane gioca delle carte fresche, quelle di cui dispone in quanto sindaco: annuncia piani e cantieri, taglia nastri, presenzia alle inaugurazioni, incontra sindaci europei sfoggiando la sua caratura internazionale. Il suo refrain è uno: “La città ha retto alla crisi, ora comincia il rilancio” e quel rilancio lui vuole guidarlo. Sottolinea come il centro cittadino sia risorto diventando un polo turistico e culturale molto attraente e questo abbia contribuito a creare lavoro. In altri quartieri, però, la situazione è ben diversa. Torino è spaccata, come sostiene l’arcivescovo Cesare Nosiglia che parla di “due città”: “Quella che sta ancora relativamente bene ignora i veri problemi dell’altra, invisibile non perché non esista, ma perché non si vuole vedere e udire e si fa finta che non ci sia per non sentirsi moralmente e socialmente costretti a farsene carico”, ha detto in un’omelia alcuni mesi fa.

Nel 2015 nella provincia la disoccupazione si aggirava intorno al 12 per cento, più del doppio rispetto a dieci anni fa, un dato più alto della media del Nord Italia; quella giovanile, tra i 15 e i 24 anni, era al 44,9 per cento, più alta della media nazionale. C’è un vuoto che le nuove attività produttive non hanno colmato. Nel frattempo la Fiat dal 2012 ha spostato dal Lingotto la sua sede legale in Olanda e quella fiscale a Londra per poi fondersi con Chrysler e dare vita a Fca. A Mirafiori, negli stabilimenti industriali più grandi d’Italia, negli anni Settanta lavoravano 50mila persone, mentre lunedì torneranno al lavoro poco più di mille operai per il suv Levante della Maserati. Nel 1980 davanti ai cancelli della fabbrica Fassino apriva la strada a Enrico Berlinguer in mezzo alla folla. Negli ultimi anni qui e in altre periferie si sarebbe fatto vedere poco, sostengono i suoi oppositori. In quei quartieri cova il malessere, ma lui afferma che non ci troviamo nelle banlieue parigine.

Tuttavia la convivenza con gli stranieri è poco sopportata: nel dicembre 2011 alla Continassa scene di violente proteste contro i rom sono culminate con un rogo, mentre all’area ex Moi, vicino nelle palazzine del villaggio olimpico occupate da africani (il più grande campo profughi “informale” d’Italia, secondo Medici senza frontiere) sono frequenti le proteste dei cittadini sostenute da Lega Nord, Fratelli d’Italia, CasaPound, che cavalcano il tema della sicurezza in questa campagna elettorale. Alle preoccupazioni di quei cittadini Fassino risponde con progetti di rilancio come il prolungamento dell’unica linea della metropolitana, lo scavo della seconda linea, lo sviluppo del polo fieristico al Lingotto e la creazione del JVillage, grosso centro sportivo della Juventus vicino allo stadio della società, molti progetti che verranno realizzati con l’aiuto dei privati.

Occhio ai conti
Uno dei temi su cui l’ex segretario dei Ds fa leva, inoltre, è la riduzione del debito della città. All’inizio del suo mandato sulle casse della città gravavano passività per 3,3 miliardi di euro provocate soprattutto dagli investimenti infrastrutturali per le Olimpiadi, come la metropolitana e il passante ferroviario, voluti dal suo predecessore Chiamparino. Sui conti, poi, pesavano anche i contratti derivati sottoscritti dalla giunta dell’attuale presidente del Piemonte. Fassino ha affrontato la questione con la vendita di quote di società partecipate come la Sagat (che gestisce l’aeroporto), Trm (inceneritore) e Amiat (rifiuti), con le cartolarizzazioni di immobili ceduti alla Cassa depositi e prestiti e con il taglio di alcuni servizi che hanno retto grazie all’intervento dei privati, come la Compagnia di San Paolo, fondazione bancaria legata a Intesa Sanpaolo. Adesso lui e l’assessore al bilancio Gianguido Passoni dicono agli elettori di aver portato il debito a 2,8 miliardi di euro, ma questo è il dato previsto per il 2016. Inoltre, stando ai dati del resoconto di fine mandato, sulle spalle dei residenti gravano ancora 3.290 euro di debito pro capite, leggermente inferiore rispetto ai 3.620 euro del 2011. I più critici, come Appendino (molto attenta ai bilanci e agli sprechi) e Airaudo, sospettano che in realtà il passivo sia più alto, affermano che non vengono considerati bene i debiti delle partecipate (di cui Rosso chiede la cessione) e quindi chiedono un audit per verificare lo stato reale dei conti e poter rinegoziare i debiti con le banche.

Finanze e sistemi di relazione
Le banche, un capitolo sensibile quando si parla di Fassino che nel 2005, al telefono con il manager di Unipol Giovanni Consorte, commentava la scalata di Bnl affermando “E allora siamo padroni di una banca?” e rivelando una certa contiguità con la finanza. A Torino questa contiguità è rappresentata dalla Compagnia di San Paolo ora presieduta da Francesco Profumo, ex ministro montiano che fino a poche settimane fa guidava la multiservizi Iren, ai cui vertici si è ora accomodato Paolo Peveraro, l’ex assessore al bilancio della giunta Chiamparino che sottoscrisse i derivati. Questo intreccio è un piccolo esempio del “Sistema Torino” contro cui si schierano soprattutto Appendino, Airaudo e Rosso. Un sistema nato nel 1993 dal patto tra il Pds di Chiamparino e i liberali per sostenere Valentino Castellani ed escludere l’ex comunista Diego Novelli. Tutti i voti confluirono sul primo per paura del ritorno dei comunisti. Oggi il pericolo è quello grillino ed è per questo che a ventitré anni di distanza si rivedono delle convergenze dal centrodestra sui reduci del Pci, con l’ex governatore di Forza Italia Enzo Ghigo e l’ex vicepresidente del Csm Michele Vietti (ex Udc) che sostengono i Moderati, formazione centrista guidata dal parlamentare Giacomo Portas, che fa da stampella al Pd.

 

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