di Pietro Stampa*

Austria, 23 maggio. La buona notizia è che le elezioni presidenziali le ha vinte il candidato progressista; la cattiva notizia è che il suo distacco dal candidato della destra populista xenofoba è appena dello 0,7%. Il paese è spaccato in due parti uguali, e la fantasia collettiva di avere gli Ottomani alle porte di Vienna, come nel 1683, è condivisa dalla metà della popolazione. L’Austria non è un’eccezione: altri milioni di Europei oggi si sentono “sotto assedio”. Ma al di là dei numeri, qual è la componente propriamente psicologica di questa “sindrome “?

Vi sono certamente ragioni economiche e sociali, religiose e politiche, e – dispiace dirlo – pseudo-argomenti razziali (anche se xenofobia e razzismo non sono la stessa cosa: «Io non sono razzista», diceva il personaggio di una vignetta di Altan, «odio tutti indistintamente»). Motivi a volte ragionevoli, a volte discutibili, a volte esecrabili. Razzismo e xenofobia hanno sì una radice paranoide: e il timore passivo-aggressivo dell’altro, insegna in particolare la psicoanalisi, è in realtà timore del proprio “altro interno”, quelle parti di sé che si è organizzati per non vedere e non conoscere, quelle zone inconsce della mente da cui si rifugge per paura e ribrezzo, e che nell’altro sono disprezzate e temute. Innere Ausland, paese straniero interno, così Freud chiamava l’Inconscio.

Su questo processo di proiezione sull’altro della nostra “ombra” (come la chiamò Jung) si è scritto e si scrive molto in termini generali; ma si può forse tentare di dire qualcosa di più specifico in merito a quello che sta accadendo ora – ogni giorno ormai – nella nostra società globalizzata, a fronte della strage perpetua che osserviamo sgomenti, o inferociti, o terrorizzati, o quel che è, ma sempre protetti dalla distanza (rassicurante?, non più di tanto) di uno schermo elettronico.

Quanto può essere profonda, intensa, dissennata, l’angoscia che muove il migrante a impegnare nel viaggio per l’Europa tutto il denaro che riesce a racimolare (e che nel suo paese basterebbe a mantenere la famiglia per più anni), rischiare la propria vita e quella dei suoi bambini, sapendo che se gli va bene approderà in una specie di gabbia di contenzione, e la sua Odissea sarà ancora lunga? Questa angoscia per noi è letteralmente incomprensibile, insondabile. Non c’è nulla nella nostra esperienza che ce la renda accessibile, che ci permetta di identificarci. Non è come se il nostro vicino di casa ci chiedesse rifugio perché il suo appartamento è in fiamme o qualcuno minaccia di ucciderlo: lo aiuteremmo, perché un incendio o un assassinio sono ancora eventi alla nostra portata, mentre non arriviamo a poter pensare lucidamente l’enormità di quello che masse intere di migranti patiscono nei paesi d’origine, se osano una fuga, una sfida al destino, ai nostri occhi così disperata, suicida, e almeno apparentemente folle.

Allora, possiamo provare a cogliere intuitivamente da dove vengono, in tanta parte della popolazione europea, l’astio, la paura, la voglia di erigere barriere, respingere, segregare: i migranti con il loro eccesso di vitalità, con la loro esagerata voglia di redenzione, ci mettono brutalmente di fronte alla nostra debolezza di ricchi e di privilegiati, la prima generazione dalla preistoria che in Occidente non conosce né guerra, né pestilenza, né carestia. I migranti ci obbligano a guardare senza filtri la precarietà, la fragilità delle pseudo-sicurezze che abbiamo acquisito senza merito se non quello di essere i figli e i nipoti dei sopravvissuti all’orrore senza precedenti della seconda guerra mondiale. Ci ricordano che nulla è definitivo, che lo sviluppo non solo non è lineare, ma conosce fasi anche prolungate di regresso, ci ricordano da dove veniamo e dove – dio non voglia – potremmo tornare.

E intanto, noi qui in Italia, che ne facciamo dell’art. 10 comma 3 della costituzione? «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica». Non perché fugge la fame o la guerra o entrambe: è sufficiente molto meno. Perché a tutti indistintamente è dovuta quella stessa umana e civile solidarietà che riconosciamo tra i fondamenti della nostra comunità nazionale.

*Vicepresidente Ordine Psicologi Lazio