C’è un posto nel mondo che si chiama Puntazza. Inutile cercarlo sulla cartina geografica o su Google Maps. Perché l’intuizione letteraria, se luccica di scintilla propria, non ha bisogno di spiegazioni precise. Puntazza è spazio urbano, luogo della memoria, caos babelico del presente di strada, ammasso di corpi e anime sgangherate e umanamente a credito col destino. Puntazza (edizioni L’Erudita) è poi il titolo del primo libro scritto da Simone Innocenti, cronista di nera al Corriere Fiorentino, vent’anni di carriera tra morti ammazzati, stragi e delitti più o meno impuniti, con orecchie, mente e cuore rivolti da sempre all’arte, al teatro e alla letteratura.

Fra una “madeleine” proustiana e una pasta e ceci alla “soliti Ignoti”, gli otto racconti di Innocenti, otto vicende brevi e chiuse, srotolano il loro potenziale beffardo e sornione, la loro viva attinenza con tracce di quotidianità professionale dell’autore (questure, pistole fumanti, cadaveri, tradimenti e amori), la loro malinconica dimensione spazio-temporale di un oggi che gronda continuamente realismo. C’è il tizio narcolettico che seggiolina di plastica e ombrellone fa “tirwachting”, il confidente della polizia finito per essere tale per via di “corna” familiari; il gruppetto di balordi dentro e fuori dalla galera che trafficano camionate di cani dall’Est; ma anche l’amore omosessuale finito in tragedia; il tkizio dell’alta finanza che guarda il mare da un oblò e ha tre mesi di vita; o lo splendido racconto iniziale, rotoli di “Gratta e Vinci” rubati, Youporn, Playstation e gli eterni infantili scazzi da giungla urbana maschile, capitolo che andrebbe letto e riletto in quelle scuole di scrittura creativa che hanno però perso il contatto con le pulsazioni della miseria dei dropout contemporanei.

Non sono uno scrittore/autore, ma un cronista di nera incazzato come una bestia per aver respirato questo schifo tutto il giorno e che, alla sera, si mette lì e butta giù tutto quello che c’ha dentro”, spiega al FQMagazine, Simone Innocenti. “Persone che soffrono, le bare bianche dei bambini, i filmati del vigili del fuoco che recuperano dei morti carbonizzati: tutto ti si rimescola nella testa e soprattutto ti si spostano tutta una serie di parametri e valori mentali e culturali. La reazione a questo qualcosa che bolle in te, a qualcosa che senti come un sopruso, per me è stato scrivere questo libro. Vedo la sofferenza, la ingoio e la sputo sotto forma di parole e virgole”. Tante volte, come nei migliori gialli e polizieschi, quelli più ruvidi e muscolari, in Puntazza appare l’odore di “cordite e merda”, un filo orrorifico del quotidiano che deve stare nella pancia del racconto. “La realtà scorre sempre”, continua Innocenti, “la notte sei andato a ballare e il lunedì mattina squilla il telefono. Ti chiama il giornale. Ti dicono con concitazione che è successo qualcosa. Dicono “è successo un casino”. Allora corri dove ti hanno detto dal giornale. Sei di fronte alla strage di Viareggio. Li fai la “morgue”. Senti l’odore della carne bruciata. E’ qualcosa di cui non si ha idea. E’ una roba che ti sposta la testa”.

La genuinità e spigliatezza fiorentina, un grammelot pimpante e volgarizzato alla maniera del Benigni di Televacca, mescolato alla durezza e all’asprezza dell’osservazione di un infinito criminale più buio della pece, fanno di Innocenti un personaggio alla Amici Miei. La laurea in storia del teatro, l’incontro e la frequentazione di Alessandro Benvenuti e Giorgio Panariello, una spensieratezza che si trasforma in mestiere “serio” quando la scrittura per i quotidiani si sposta sulla nera. Innocenti, nomen omen, è quel cronista che ha pubblicato sul Corriere Fiorentino il celebre scambio di battute tra Schettino e De Falco nella fosca notte della tragedia della Concordia. “Mi sento una persona “quadripolare”, amo parlare di letteratura e mi danno del cretino, amo l’ambito pugilistico perché mi garba menare ma non sono ben visto. Alla fine rimango un figlio d’operai che ha letto Pinocchio e la Yourcenar, Flaiano e Borges”. Ma alla fine dov’è, cos’è, chi è, questa Puntazza? “Sei te che mi fai domande, è il lettore che si dedica a me leggendo il mio libro. Anche se c’è una persona che avrei voluto lo leggesse più di ogni altra: mio nonno”. Per quale motivo? “Perché sì. Sono affari privati mica li voglio raccontare”.