Sedicesimo appuntamento col più importante festival indie-rock d’Europa, che mobilita una città intera e vede di prassi atterrare nella città di Gaudì migliaia di italiani, giovani fuori e giovani dentro. Per tutti gli appassionati del Primavera Sound di Barcellona, questa sarà l’edizione più imperdibile di sempre e infatti nessuno ha voluto mancare al rendez-vous con la storia della musica live continentale: i biglietti sono così esauriti da un pezzo, nonostante la leggendaria capienza del Parc del Fòrum, che ospiterà il Festival da mercoledì 1° a sabato 4 giugno. Una fitta schiera di concerti collaterali troverà inoltre spazio nel quartiere Raval; tornerà il Primavera Pro, e Red Bull Tv manderà in onda le dirette streaming in alta definizione dell’happening. Ma torniamo al Forum, cuore pulsante ed extralarge del Primavera Sound. Se più di 150 protagonisti sui quattro palchi previsti, tra band e artisti singoli, vi sembran pochi. A cominciare dai Radiohead, i più attesi, a Barcellona sulle ali del loro ultimo e bellissimo album “A moon shake pool”. E poi PJ Harvey, icona massima e dominatrice della scena rock femminile dell’ultimo ventennio: Polly ha smorzato gli antichi furori, ma nella capitale della Catalogna porterà anche lei il suo nuovo disco, freschissimo di uscita come nel caso di Tom Yorke e compagni. Sempre restando nel cielo delle stelle: ecco i Sigur Ros, gli inventori del dream-pop all’Islandese, e la rentrée degli Lcd Soundsystem, la one-man-band che si balla (come si balla in un concerto rock) di James Murphy; Brian Wilson che rieseguirà in toto “Pet Sounds”, pietra miliare dei Beach Boys; i retrofuturisti Air, un po’ Pink Floyd e un po’ Serge Gainsbourg, col loro french touch; gli australiani Tame Impala, tra i pochi veri “classici istantanei” di questi ultimi tempi.

E ancora: la liaison dangerous tra Alex Turner e Miles Kane che reca la sigla “The Last Shadow Puppets”; gli americani soavi Beach House e i brit-poppers sopravvissuti ed espansi Suede; gli Animal Collective e i Deerhunter, profeti del nuovo avant-pop; gli Explosions in the Sky, il post-rock che non invecchia; il suono ruvido e alternativo dei mitici Dinosaur Jr. e il crooning aggiornato di Richard Hawley. Proseguendo la nostra gimkana tra le meraviglie: si esibiranno al Primavera Kamasi Washington, ovvero l’orgoglio jazz negli anni dieci, e i Battles, vedere alla voce math-rock d’assalto; Julia Holter, intestataria di uno degli album più suadenti dell’anno scorso e i Daughter, dolci e trasognati; il pop centrifugato dei Neon Indian e il post punk dei Parquet Courts; il pastiche degli Algiers, l’elettronica seminale e decadente dei Cabaret Voltaire e quella plastica e globalizzata della superband tedesca Moderat; il neo-kraut dei Beak e la sperimentazione dura e pura dei Boredoms, passando per le suggestioni afro-cubane dell’Orchestra Baobab, le suite strumentali dei Tortoise from Chicago, la psichedelia 2.0 degli svedesi Dungen e i patchwork di landscape sonori dei redivivi The Avalanches.

E questa è solo una minuscola porzione del sovrabbondante menu musicale del Festival. Si dovranno operare le solite scelte drastiche e “dolorose”, viste le concomitanze di grandi concerti su palchi diversi: è inevitabile. E intanto si socializza sui gruppi Facebook dedicati, si scambiano opinioni e consigli e boutade. L’entusiasmo è trattenuto a stento. Que viva il Primavera Sound di Barcellona.