Di Massimiliano Chirico per Crampi Sportivi

Noi italiani abbiamo tutti un segno distintivo che ci accomuna e veste i panni del nostro più grande difetto: ci sappiamo accontentare. Strettamente legato alla necessità di sopportare tutto, il bisogno di accontentarci ha trionfato anche in questa stagione dove nessun club italiano è riuscito a sedersi sul gradino più alto di una competizione internazionale. E’ forse per questo che ci è bastato Claudio Ranieri, etichettato subito come “il trionfo del Made in Italy”mentre Carlo Ancelotti vestiva i panni de “il giusto riconoscimento al Made in Italy”, seguito subito dalle storie di De Biasi o Guidolin. Un’altra stagione è arrivata ai titoli di coda, ci siamo riscoperti fieri dei nostri allenatori e del nostro modo di vedere il calcio, orgogliosi di spiegare tattica ai maestri inglesi mentre i giorni che ci separano dall’Europeo scorrono via a una velocità terrorizzante.

Tutti vogliono il Made in Italy, ovunque. Ma gli italiani cosa vogliono? A poche settimane dal calcio di inizio degli Europei di Francia 2016, l’impellente bisogno di complicare le cose (che nel 2006 aveva il luccicante vestito di Calciopoli), è riaffiorato con tutta la sua potenza, vestendo i panni del fantomatico successore di Antonio Conte. L’amara impressione che però traspare è che nessuno, nemmeno uno dei più quotati allenatori italiani, voglia sedersi su quella panchina.

L’ex allenaore della Juventus ha fatto sapere da mesi che lascerà l’incarico al termine della manifestazione, per poter traslocare a Londra e allenare il Chelsea: non sappiamo in che modo finirà l’avventura di Antonio Conte alla guida degli Azzurri, come l’allenatore più pagato della storia della Nazionale riuscirà a cavare qualcosa da una squadra priva di centravanti di riferimento e arida di talento. A prescindere dal risultato prossimo a maturare sul campo, trascorreremo la nostra estate a chiederci chi è il profilo più adatto a vestire il ruolo di commissario tecnico, interrogandoci sui papabili allenatori e sfogliando una margherita fatta di punti interrogativi.

Ma perché nessuno vuole allenare la Nazionale Italiana? Per quale motivo Giampiero Ventura, che sembra il più vicino a raccogliere l’eredità di Conte, continua a far spallucce senza uscire allo scoperto? E’ proprio vero che gli allenatori italiani evitano la squadra del loro Paese? Forse si. L’apripista è stato proprio Claudio Ranieri, che da campione d’Inghilterra ha glissato dolcemente facendo leva sulla sua esperienza alla guida della Grecia. Lo hanno seguito poi Ancellotti, Max Allegri e in maniera più velata Roberto Mancini. Gli allenatori italiani, in particolar modo i più vincenti, si tengono a debita distanza da una imponente bomba quale è la Nazionale Italiana, pronta a brillare in qualunque momento.

Chi si accomoda su quella panchina è consapevole di dover affrontare la sua esperienza da vero artificiere, trattando con cura i tantissimi cavi che bisogna recidere per arrivare sani e salvi fino in fondo: bisogna saper trattare la stampa, pronta in qualunque momento a sollevare incredibili polveroni sui giocatori ma prima è necessario scendere a compromessi con la Federazione anche solo per ottenere uno di stage; i tifosi pretendono di essere soddisfatti attraverso un gioco propositivo e spumeggiante, che non faccia rimpiangere il giro palla spagnolo o la solidità dei tedeschi e al tempo stesso è obbligatorio scendere a compromessi con i club, da sempre restii nel “prestare” i giocatori alla patria; bisogna saper trattare con chiunque, attirare su di se le critiche e mediare con giocatori ed è importante vincere, convincere, non sbagliare le convocazioni, non sottovalutare niente e nessuno, scendere in campo col terrore di commettere un errore e la paura che l’ennesimo scandalo sul calcioscommesse distrugga tutto il lavoro fatto.

Marcello Lippi osserva dall’alto ma Cesare Prandelli insegna: agli italiani non basta perdere in finale contro la Spagna più forte di sempre. L’Italia ha l’obbligo imperativo di vincere, a qualunque costo, anche vendendo l’anima al diavolo perché siamo una Nazione di allenatori che odia perdere e ama parlare ma che prima di mettersi in gioco ci pensa mille volte. E non basta un super contratto con lo sponsor, non vive più l’ormai sepolta gloria che spetta al Commissario Tecnico degli Azzurri, un tempo medaglia al valore di cui potersi vantare. Con tutti i rischi e le trappole racchiuse nella Nazionale Italiana non c’è da stupirsi che forse nessuno voglia davvero allenare questa squadra. Nemmeno noi che osserviamo titubanti l’ennesimo quiz “Vesti i panni di Antonio Conte e dirama i tuoi 23 convocati” con la paura di doverci assumere le nostre responsabilità.

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